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Capitolo 47. Ideologia

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Se il conte di Montecristo avesse vissuto da lungo tempo nella società parigina, avrebbe apprezzato in tutto il suo valore la gentilezza che gli faceva Villefort colla sua visita.

Ben visto a corte, tanto se regnava un re del ramo primogenito o del ramo cadetto, tanto se governava un ministro dottrinario o conservatore; reputato abile da tutti, come si reputano generalmente abili tutte le persone che non hanno mai avuto declini politici; odiato da molti, ma caldamente protetto da certuni, senza però essere amato da alcuno, il signor Villefort aveva un alto posto nella magistratura, e si teneva a questa altezza come un Harlay, o come un Molé.

Il suo salone, rimodernato da una giovane sposa e da una figlia di primo letto dell’età appena di diciotto anni, non valeva ciò nonostante meno di quei salotti aristocratici di Parigi, in cui si conserva il culto delle tradizioni e la religione dell’etichetta. La fredda cortesia, la fedeltà assoluta ai principi del governo, un disprezzo profondo delle teorie e dei teoretici, un odio grande alle ideologie, tali erano gli elementi della vita interna e pubblica professati dal signor Villefort.

Non era solamente un magistrato, era quasi un diplomatico. Le sue relazioni colla vecchia corte, di cui parlava sempre con dignità e rispetto, lo facevano rispettare dalla nuova; sapeva tante cose, e non solo era sempre lodato, ma spesso anche consultato; e tuttavia in molti sarebbero stati lieti, se avessero potuto sbarazzarsi del signor Villefort. Ma abitava, come i signori feudatari ribelli al loro sovrano, una fortezza inespugnabile. Questa fortezza era la sua carica di procuratore del re, di cui si avvaleva scrupolosamente a proprio vantaggio e che avrebbe lasciato soltanto per cambiare la neutralità in opposizione.

In generale faceva o rendeva raramente visite, sua moglie le faceva in sua vece, cosa accettata in questa società, ove si teneva conto delle gravi e numerose occupazioni del magistrato. Ma ciò in realtà non era che un calcolo d’orgoglio, una accortezza d’aristocratico, l’applicazione infine di quest’assioma: fai mostra di stimarti e sarai stimato, assioma mille volte più utile nella nostra società di quello dei greci: conosci te stesso, sostituito ai nostri giorni dall’arte meno difficile e più vantaggiosa del conoscere gli altri. Per i suoi amici Villefort era un possente protettore; per i suoi nemici un avversario sordo, ma accanito; per gli indifferenti, la statua della legge fatta uomo: aspetto altero, fisionomia impassibile, sguardo fosco ed appannato o insolentemente penetrante e scrutatore. Tale era l’uomo a cui quattro avvenimenti, abilmente intrecciati l’uno all’altro, avevano da prima costruito, poi cementato il piedistallo.

Il signor Villefort aveva la reputazione di essere l’uomo meno curioso, meno allegro di Francia.

Dava un ballo tutti gli anni, ma non vi compariva che per un quarto d’ora; non si vedeva mai né ai teatri, né ai concerti; qualche volta, ma raramente, faceva una partita di whist, ma allora aveva cura di scegliere giocatori degni di lui, qualche ambasciatore, qualche primo presidente o infine qualche duchessa primogenita.

Ecco qual era l’uomo la cui carrozza si era fermata davanti alla porta del conte di Montecristo.

Il cameriere annunziò il signor Villefort, al momento in cui il conte, chino sopra una gran tavola, seguiva su una carta geografica un itinerario da Pietroburgo alla Cina.

Il procuratore del re entrò con quello stesso passo grave e misurato, con cui era solito andare al tribunale; era lo stesso uomo, che noi abbiamo conosciuto a Marsiglia. La natura, aderente ai suoi principi, nulla aveva cambiato in costui nel corso degli anni. Da snello era divenuto magro, da pallido, giallo, gli occhi infossati erano cavi, gli occhiali legati in oro, appoggiati sull’orbita, sembravano far parte del viso; eccettuata la cravatta bianca, tutto il suo vestito era completamente nero; e questo colore funebre non era interrotto che dalla striscia della fettuccia rossa che appariva impercettibilmente dall’occhiello del suo abito, e che sembrava una linea di sangue tirata col pennello.

Per quanto Montecristo fosse padrone di sé, esaminò con una visibile curiosità, rendendogli il saluto, il magistrato che, diffidente per abitudine, e poco credulo soprattutto nelle materie sociali, era più disposto a vedere nel nobile straniero, chiamato Montecristo, un cavaliere d’industria che cercasse nuove zone d’espansione, o un malfattore in esilio perché ricercato al suo paese, piuttosto che un principe dello Stato romano, od un sultano delle Mille e una notte.

“Signore” disse Villefort, con quel tono lamentevole che assumono i magistrati nelle loro perorazioni, e di cui non vogliono o non possono disfarsi nella conversazione, “signore, il prezioso servizio che ieri avete reso a mia moglie ed a mio figlio mi fanno obbligo di ringraziarvi. Vengo dunque a compiere questo dovere, e ad esprimervi tutta la mia riconoscenza.”

E nel pronunciare queste parole, l’occhio severo del magistrato nulla aveva perduto della sua abituale arroganza.

“Signore” disse il conte a sua volta con una freddezza di gelo, “sono molto fortunato di aver potuto conservare un figlio a sua madre, perché si dice che il sentimento di maternità sia il più possente, com’è il più santo di tutti, e questa fortuna che mi sono procurata vi dispensava, signore dal compiere un dovere di cui certamente mi onoro, poiché so che il signor Villefort non prodiga facilmente il suo favore, ma che, per quanto prezioso, non vale per me l’interna soddisfazione.”

Villefort stupito da questa uscita, che non si aspettava, fremette come un soldato che avverte il colpo malgrado l’armatura che lo protegge: una piega sdegnosa del labbro indicò che non riteneva il conte di Montecristo un gentiluomo ben educato.

Girò gli occhi intorno a sé, come per riattaccare con un pretesto la conversazione che era già caduta e che sembrava essersi infranta cadendo. Vide la carta su cui era assorto Montecristo quando egli era entrato e riprese:

“Vi occupate di geografia, signore? Questo è un prezioso studio, per voi particolarmente, che, a quanto si assicura, avete già visti tanti paesi quanti ne sono incisi su quella carta.”

“Sì, signore” rispose il conte, “io ho voluto fare sulla specie umana colta nella vita abituale, ciò che voi fate ogni giorno sulle individualità eccezionali, vale a dire uno studio fisiologico. Ho pensato che mi sarebbe più facile discendere dal tutto al particolare, che dal particolare salire al tutto. È un assioma algebrico che vuole che si proceda dal noto all’ignoto… Ma sedetevi dunque, ve ne supplico…”

E Montecristo indicò colla mano al procuratore del re una sedia, che questi dovette prendersi da solo, mentre il conte non ebbe che la briga di lasciarsi ricadere sulla stessa su cui era inginocchiato quando era entrato il procuratore del re. In questo modo il conte si ritrovò per metà voltato verso il suo visitatore, avendo le spalle alla finestra ed il gomito appoggiato sulla carta geografica, che per il momento formava il soggetto della conversazione. E il dialogo prendeva, come era accaduto da Morcerf e da Danglars, una piega del tutto analoga, se non alla situazione, almeno al personaggio.

“Ah, voi filosofate” riprese Villefort, dopo un momento di silenzio durante il quale, come un atleta che incontra un forte avversario, aveva riunite le sue forze. “Ebbene, signore, parola d’onore, se come voi non avessi nulla da fare, cercherei un’occupazione meno triste.”

“È vero, signore” rispose Montecristo, “e l’uomo è un laido verme, se si osserva col microscopio; ma voi avete detto che io non ho niente da fare… Vediamo, credereste per caso di aver voi qualche cosa da fare? o, per parlare più chiaramente, credete che ciò che fate possa chiamarsi qualche cosa?”

Lo stupore di Villefort raddoppiò a questo secondo colpo, così brutalmente vibrato dal suo strano avversario; era gran tempo che il magistrato non si era sentito dire un paradosso di questa forza, o piuttosto, per parlare più rettamente, era la prima volta che lo sentiva.

Il procuratore del re si mise a riflettere per rispondere.

“Signore” disse, “voi siete straniero, e lo dite voi stesso, ma io reputo che, avendo trascorsa gran parte della vostra vita nei paesi orientali, dove la giustizia umana è piuttosto spiccia, non vi rendiate conto come mai abbia preso un andamento prudente e moderato.”

“Sia, signore, sia; è il piede zoppo degli antichi. So tutto questo, perché è particolarmente della giustizia di tutti i paesi che mi sono occupato, è la procedura giudiziaria di tutte le nazioni che io ho paragonata colla giustizia naturale; e debbo dirlo, signore, è ancora la legge dei popoli primitivi, la legge del taglione che ho ritrovata la più conforme al bisogno e la più esaustiva.”

“Se questa legge fosse adottata semplificherebbe molto i nostri codici, ed allora per il colpo che ne riceverebbero, i nostri magistrati, come dicevate or ora, non avrebbero più gran cosa da fare.”

“Ciò accadrà forse nell’avvenire” disse Montecristo. “Sapete che le invenzioni umane progrediscono dal composto al semplice, e che il semplice è sempre la perfezione.”

“Mentre si aspetta questo avvenire però” disse il magistrato, “vi sono i nostri codici coi loro articoli contraddittori tolti dai gallici costumi, dalle leggi romane, e dagli usi franchi… Ora la conoscenza di tutte queste leggi, ne converrete, non si acquista che con lunghi lavori ed abbisogna certo un lungo studio per acquisire tale conoscenza, ed una gran forza di memoria perché non si abbia più a dimenticare una volta acquistata.”

“Io sono del vostro parere, signore; ma tutto ciò che sapete riguardo a questo codice francese, lo so io pure, ma non solamente riguardo a questo codice, ma a quello di tutte le nazioni: le leggi indiane, turche, giapponesi mi sono tanto famigliari quanto le leggi francesi. Avevo dunque ragione di dire che relativamente (perché tutto è relativo) a tutto ciò che ho fatto io, voi avete fatto ben poco, e che relativamente a quanto ho imparato io, voi avete molto da imparare.”

“Ma con quale scopo voi avete appreso tutto ciò?” rispose Villefort meravigliato.

Montecristo sorrise.

“Bene, signore” disse, “vedo che ad onta della reputazione per la quale vi si ritiene un uomo superiore, voi vedete ogni cosa sotto il punto di vista più ristretto, più circoscritto che sia stato permesso all’umana intelligenza di abbracciare.”

“Spiegatevi” disse Villefort sempre più costernato, “non vi capisco… molto bene.”

“Dico, signore, che cogli occhi fissi sulla organizzazione sociale delle nazioni, voi non vedete che le molle della macchina, e non conoscete davanti a voi, e intorno a voi, che i titolari dei posti, i cui diplomi sono stati firmati dal ministro o dal re, e che gli uomini che Dio ha messo al disopra dei titolari, dei ministri e del re dando loro una missione da compiere e non un posto da occupare, io dico che questi sfuggono alla vostra corta vista. Ciò è proprio dell’umana debolezza, e degli organi deboli ed imperfetti. Tobia prendeva l’angelo che doveva rendergli la vista per un giovane comune, le nazioni prendevano Attila, che doveva annientarle, per un conquistatore come tutti gli altri: fu necessario che entrambi svelassero la loro missione celeste perché gli uomini comprendessero. Bisognò che uno dicesse: ‘Io sono l’angelo del Signore!’ e l’altro: ‘Io sono il flagello di Dio!’ perché la missione divina fosse rilevata.”

“Allora” disse Villefort con stupore sempre crescente, e credendo di parlare ad un pazzo o ad un ispirato, “voi vi considerate come uno di questi esseri straordinari che avete nominati?”

“E perché no?” disse freddamente Montecristo.

“Perdonatemi, signore” riprese Villefort sbalordito, “ma mi scuserete se, presentandomi a voi, non sapevo di presentarmi ad un uomo, il cui sapere e il cui spirito sorpassano di tanto il sapere e lo spirito ordinario ed abituale degli uomini. Non è usanza, fra noi infelici, corrotti dall’incivilimento, che i gentiluomini possessori come voi di un’immensa fortuna, almeno a ciò che mi si assicura, notate bene che io non interrogo, ma ripeto soltanto ciò che ho inteso, non è usanza fra noi, dicevo, che questi privilegiati perdano il loro tempo in speculazioni sociali, in astrazioni filosofiche, fatte tutt’al più per consolare quelli che la sorte ha diseredati dei beni della terra.”

“Eh, signore” riprese il conte, “siete dunque giunto al posto eminente che occupate senza aver mai fatta o incontrata qualche eccezione? E non esercitate mai il vostro sguardo, che pure avrebbe bisogno di molta finezza e sicurezza, ad indovinare con un sol colpo chi è caduto sotto questo sguardo? Un magistrato non dovrebbe essere, non dico il migliore applicatore della legge, non il più astuto interprete delle oscurità della cabala, ma uno specchio d’acciaio per provare i cuori, una pietra di paragone per scandagliare l’oro che in ciascun animo si trova sempre misto a qualche altra lega.”

“Signore” disse Villefort, “voi mi confondete; non ho mai sentito parlare come voi.”

“È che siete sempre rimasto chiuso nel cerchio delle convenzioni abituali, perché non avete mai osato innalzarvi con un batter d’ali nelle sfere superiori che sono popolate d’esseri invisibili ed eccezionali.”

“Ammettete dunque, signore, che vi siano queste sfere, e che gli esseri eccezionali e invisibili si mischino a noi?”

“E perché no? Vedete voi forse l’aria che respirate, e senza la quale non potreste vivere?”

“Allora non vediamo questi esseri di cui parlate?”

“Voi li potete vedere ogni qualvolta che questi esseri si materializzano, voi li toccate allora, li urtate, parlate loro, essi vi rispondono.”

“Ah” disse Villefort sorridendo, “vi confesso che vorrei essere avvertito quando uno di questi esseri si metterà in contatto con me.”

“Voi siete stato servito a seconda del vostro desiderio, signore, poiché poco fa siete stato avvisato, ed ora pure vi avverto.”

“Così, voi stesso…”

“Io sono uno di questi esseri eccezionali, sì, signore, io lo credo, sino ad oggi nessun uomo si è trovato in una posizione simile alla mia. I regni dei re sono circoscritti, sia dalle montagne, sia dai fiumi, sia da un cambiamento di costumi o di favelle. Il mio regno è grande come il mondo perché non sono né italiano, né francese, né indiano, né americano, né spagnolo: io sono cosmopolita. Nessuno può dire di avermi veduto nascere; Dio solo sa quale terra mi vedrà morire. Io adotto tutti i costumi, parlo tutte le lingue; voi mi credete francese, non è vero, perché parlo il francese colla stessa facilità e purezza di voi? Ebbene, Alì, il mio moro, mi crede arabo; Bertuccio, il mio intendente, mi crede romano; Haydée, la mia schiava, mi crede greco. Dunque capirete che non essendo di alcun paese, non domandando protezione, non riconoscendo alcun uomo per mio fratello, non un solo scrupolo, che arresta i potenti, non un solo ostacolo, che paralizza i deboli, può arrestarmi, e paralizzarmi. Non ho che due avversari, non dico due vincitori, perché li sottometto colla tenacia: la distanza ed il tempo. Il terzo, ed é il più terribile, sta nella mia condizione di mortale. Ciò solo può fermarmi nella strada che percorro e prima che abbia conseguito lo scopo a cui miro; tutto il resto l’ho calcolato. Ciò che gli uomini chiamano capricci della fortuna, vale a dire la rovina, i cambiamenti, le eventualità, li ho tutti prevenuti, e se qualcuno può colpirmi, nessuno può rovesciarmi. A meno che non muoia, sarò sempre ciò che sono. Ecco perché vi dico cose che voi non avete mai intese neppure dalla bocca dei re, perché i re hanno bisogno di voi, e gli altri uomini hanno paura di voi. Chi è colui che non supponga, in una società ben ordinata quanto la nostra: ‘Forse un giorno posso aver a che fare col procuratore del re?’.”

“Ma voi stesso potete dir questo, perché, dal momento che abitate la Francia, siete naturalmente sottoposto alle leggi francesi.”

“Lo so, signore” rispose Montecristo, “ma quando devo andare in un paese, comincio con lo studiare, con mezzi che mi sono particolari, tutti gli uomini dai quali posso avere qualche cosa da sperare o da temere, e giungo a conoscerli molto bene, forse meglio ancora di quello che non si conoscano loro stessi. Ciò porta ad un risultato: che il procuratore del re, qualunque fosse, con cui avessi a che fare, sarebbe certamente più impacciato di me.”

“Ciò vuol dire” riprese con cautela Villefort, “che la natura umana è debole, ed ogni uomo, secondo voi, ha commesso qualche… sbaglio.”

“Sbaglio o delitto…” rispose negligentemente Montecristo.

“E che solo, fra gli uomini, che non riconoscete per fratelli, come avete detto voi stesso” riprese Villefort con voce leggermente alterata, “voi solo siete perfetto.”

“Non perfetto” disse il conte: “impenetrabile; ecco tutto. Ma tronchiamo questo argomento, signore, se la conversazione vi dispiace… Tanto più se vi sentite più minacciato dalla mia profonda vista di quanto io lo sia dalla vostra giustizia.”

“No signore!” disse vivamente Villefort, che senza dubbio non voleva apparire sconfitto, “no! Con la vostra brillante e quasi sublime conversazione mi avete innalzato al di sopra dei livelli ordinari; noi non parliamo, dissertiamo. Voi sapete come i professori in cattedra, ed i filosofi nelle loro dispute, dicano qualche volta delle crudeli verità. Fingiamo dunque di fare una disputa sociale o filosofica, vi dirò, dunque, per quanto vi sembri duro: ‘Caro fratello, voi vi sacrificate all’orgoglio; voi siete al di sopra degli altri, ma al di sopra di voi sta Dio!’.”

“Al di sopra di tutti, signore!” rispose Montecristo con accento così profondo che Villefort ne fremette involontariamente. “Ho il mio orgoglio per gli uomini: serpenti sempre pronti a drizzarsi contro colui che li sorpassa, senza schiacciarli col piede: ma lo depongo davanti a Dio, che mi ha tolto dal niente per farmi quel che sono.”

“Allora, signor conte, vi ammiro” disse Villefort che per la prima volta, in questo strano dialogo, impiegava questa formula aristocratica con lo straniero, che fino allora aveva chiamato soltanto signore. “Sì, ve lo dico, se siete realmente forte, superiore, sano e impenetrabile, ciò che è la stessa cosa, siatene superbo, questa è la legge dei domatori. Ma voi pertanto avrete qualche ambizione?”

“Ne ho avuta una, signore.”

“E quale?”

“Ho desiderato di essere fatto strumento della Provvidenza.”

Villefort guardò Montecristo con somma meraviglia.

“Signor conte” disse, “non avete parenti?”

“No, signore, sono solo in questo mondo.”

“Tanto peggio!”

“Perché?” domandò Montecristo.

“Perché avreste potuto vedere uno spettacolo atto ad infrangere il vostro orgoglio. Non temete che la morte, diceste?”

“Non dico di temerla; dico ch’essa sola può arrestarmi.”

“E la vecchiaia?”

“La mia missione sarà compiuta prima che sia vecchio.”

“E la pazzia?”

“Poco è mancato che non diventassi pazzo, e voi sapete l’assioma: ‘Non due volte nella stessa situazione’, ‘Non bis in idem’: è un assioma giudiziario, e perciò nella vostra sfera.”

“Signore, vi è ancora un’altra cosa da temersi oltre la morte, la vecchiaia, o la pazzia; vi è, per esempio, l’apoplessia, questo colpo di fulmine che vi colpisce senza distruggervi, ma dopo il quale però tutto è finito; siete sempre voi, e ciò nonostante non siete più voi. Venite, se vi piace continuare questa conversazione, venite in casa mia, signor conte, un giorno che abbiate volontà d’incontrarvi in un avversario capace di comprendervi ed avido di confutarvi e vi mostrerò mio padre, il signor di Noirtier Villefort, un uomo che come voi, non aveva forse veduto tutti i regni della terra, ma aveva aiutato a rovesciarne uno dei più forti; un uomo che come voi si credeva inviato da Dio, dall’Essere supremo, dalla Provvidenza… Ebbene, signore, la rottura di un vaso sanguigno in un lobo del cervello ha rovinato tutto questo; non in un giorno, non in un’ora, ma in un secondo. Il giorno prima il signor Noirtier disprezzava tutto, il giorno dopo era quel povero Noirtier vecchio immobile, abbandonato alla volontà dell’essere più debole della casa, vale a dire sua nipote Valentina: infine cadavere muto ed agghiacciato, che vive senza gioie, e spero, senza soffrire.”

“Ahimè, signore, questo spettacolo non è nuovo né ai miei occhi, né al mio pensiero” disse Montecristo. “Sono un poco medico, e qui rammenterò che la Provvidenza si palesa nei fatti che ci cadono sotto gli occhi, e non potete negarlo. Cento autori, dopo Socrate, dopo Seneca, hanno fatto in prosa e in versi l’accostamento che avete fatto voi… Tuttavia capisco che le sofferenze di un padre possono operare, nello spirito di un figlio, grandi mutamenti. Verrò signore, poiché mi impegnate, verrò a contemplare, a profitto della mia umiltà, questo triste spettacolo, che deve molto contristare la vostra casa.”

“Questo certamente sarebbe, se il cielo non mi avesse dato un largo compenso. Al vecchio che discende trascinandosi nella tomba seguono due figli che entrano nella vita: Valentina figlia della prima moglie Renata di Saint-Méran, ed Edoardo, quel bambino di cui voi avete salvata la vita.”

“E che concludete da questo confronto, signore?”

“Concludo” rispose Villefort, “che mio padre, travolto dalle passioni, ha commesso qualcuno di quegli errori che sfuggono all’umana giustizia, ma che attirano la giustizia di Dio, che non volendo punire che uno solo, non ha colpito che lui.”

Montecristo col sorriso sulle labbra, mandò dal profondo del cuore un ruggito, che avrebbe fatto fuggire Villefort, se lo avesse inteso.

“Addio, signore” riprese il magistrato che si era alzato da qualche tempo e parlava in piedi, “io parto portando una memoria di voi piena di stima e che, spero, vi potrà essere più gradita quando mi conoscerete meglio; poiché non sono un uomo leggero quanto può credersi. D’altra parte vi siete fatto della signora Villefort un’amica eterna.”

Il conte salutò, si contentò di accompagnare Villefort soltanto fino alla porta del salotto; questi raggiunse la carrozza preceduto da due lacchè, che, ad un segno del loro padrone, si affrettarono a fagli aprire.

Quindi, quando il procuratore del re fu partito:

“Andiamo” disse Montecristo cavando a stento un sospiro dal petto oppresso, “andiamo, abbiamo preso abbastanza di questo veleno, ora che il cuore ne è pieno, andiamo a cercarne l’antidoto!”

E batté un colpo sul campanello.

“Salgo dalla signora” disse ad Alì, “che fra mezz’ora la carrozza sia pronta.”
* * *