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Capitolo 46. La pariglia grigio-pomellata

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Il barone, seguito dal conte, traversò una lunga fila d’appartamenti notevoli per la loro pesante sontuosità, ed il fastoso cattivo gusto, e giunse fino al salotto della signora Danglars, piccola stanza ottagonale parata di seta color rosa ricoperta di mussola d’India, le seggiole di vecchio legno dorato coperte di vecchie stoffe, le sovrapporte con paesaggi del genere di Boucher, e infine due piccoli medaglioni a pastello, in armonia col rimanente del mobilio: questa piccola stanza era il solo locale della casa che avesse un qualche carattere. Sfuggita al piano generale stabilito fra Danglars ed il suo architetto, una delle più alte e più eminenti celebrità dell’impero, era stata decorata direttamente dalla baronessa Danglars e da Debray.

Così il signor Danglars, grande ammiratore dell’antico, al modo che lo intendeva il direttorio, disprezzava moltissimo questo elegante piccolo ridotto, ove del resto non era ammesso senza farsi scusare conducendo qualcuno. Non era dunque Danglars che presentava, era al contrario egli il presentato, ed era bene o male ricevuto a seconda che la fisionomia del visitatore fosse gradita o sgradita alla baronessa.

La signora Danglars, la cui bellezza poteva ancora essere vantata malgrado i suoi trentasei anni, era al pianoforte, piccolo capolavoro d’intarsio, mentre Luciano Debray, seduto ad un tavolino da lavoro, sfogliava un album. Luciano aveva già avuto il tempo, prima dell’arrivo, di raccontare alla baronessa molte cose relative al conte. Si conosce già quanta impressione Montecristo avesse fatto sui convitati alla colazione di Alberto. Questa sensazione non si era ancor cancellata in Debray.

La curiosità della signora Danglars, eccitata anche dalle informazioni di Morcerf, e dalle recenti di Debray, era dunque al colmo. Perciò questo accomodamento al pianoforte ed all’album non era che una di quelle piccole furberie del gran mondo, per mezzo delle quali si velano le più forti curiosità.

La baronessa ricevette Danglars con un sorriso, cosa non molto comune; quanto al conte, ricevette, in cambio del suo saluto, una cerimoniosa, ma nello stesso tempo graziosa riverenza.

Luciano, dal canto suo, scambiò col conte un saluto di mezza conoscenza, e con Danglars un gesto d’intimità.

“Signora baronessa” disse Danglars, “permettete che vi presenti il signor conte di Montecristo, che mi viene indirizzato dai miei corrispondenti di Roma colle raccomandazioni più vive. Viene a Parigi coll’intenzione di restarvi un anno, e di spendervi sei milioni in questo solo anno; ciò promette una serie infinita di balli, di pranzi, di festini nei quali voglio sperare che il signor conte non vorrà dimenticarci, come certamente noi non lo dimenticheremo nelle nostre feste.”

Quantunque la presentazione fosse composta di troppo grossolane lodi, in generale, è una cosa tanto rara che un uomo venga a Parigi per spendervi in un anno la fortuna di un principe, che la signora Danglars dette un’occhiata al conte non priva d’interesse.

“E siete giunto?” domandò la baronessa.

“Da ieri mattina, signora.”

“E venite, secondo la vostra abitudine a quanto mi è stato detto, di capo al mondo…”

“Da Cadice questa volta, puramente e semplicemente da Cadice.”

“Ah, giungete in una triste stagione… Parigi nell’estate è detestabile: non vi sono più né balli, né riunioni, né feste. L’opera italiana è a Londra; l’opera francese è dappertutto, fuorché a Parigi; e in quanto al teatro francese, voi sapete che non è più in alcun luogo. Non ci resta dunque per distrarci che qualche sfortunata corsa al Campo di Marte, ed a Satory. Farete correre cavalli, signor conte?”

“Io, signora, farò tutto ciò che si fa a Parigi” rispose Montecristo, “se avrò la fortuna di ritrovare qualcuno che m’informi convenientemente delle abitudini francesi.”

“Siete un amatore di cavalli, signor conte?”

“Io ho passata una parte della mia vita in Oriente, e gli orientali, voi lo sapete, non stimano che due cose in questo mondo: la nobiltà dei cavalli, e la bellezza delle donne.”

“Ah, signor conte, avreste dovuto avere la galanteria di mettere le donne per prime.”

“Vedete, signora, che io avevo ben ragione poco fa d’augurarmi un precettore che fosse da guida nelle abitudini francesi.”

In quel momento entrò la cameriera favorita della baronessa Danglars, ed avvicinandosi alla padrona le mormorò alcune parole all’orecchio.

La signora impallidì.

“Impossibile” disse.

“Eppure questa è l’esatta verità, signora” rispose la cameriera.

La signora Danglars si volse al marito:

“È vero signore?” domandò.

“Che cosa?” chiese Danglars visibilmente agitato.

“Ciò che mi ha detto la cameriera…”

“E che cosa vi ha detto?”

“Che quando il mio cocchiere è andato per attaccare i miei cavalli alla carrozza, non li ha trovati in scuderia… Che significa ciò? Voglio saperlo!”

“Signora” disse Danglars, “ascoltatemi.”

“Oh, io vi ascolto, signore, perché sono ben curiosa di sentire ciò che mi saprete dire. Farò questi signori giudici fra noi, e comincerò col dir loro come stanno le cose. Signori” continuò la baronessa, “il signor barone Danglars ha dieci cavalli in scuderia; fra essi ve ne sono due che sono i miei grigi-pomellati. Ebbene, al momento in cui la signora Villefort mi chiede in prestito la mia carrozza, ed io gliel’ho promessa per domani al Bois, ecco che i due cavalli non si trovano più. Il signor Danglars avrà trovato da guadagnarvi sopra qualche migliaio di franchi. Oh, che schiatta villana, mio Dio, è quella degli speculatori.”

“Signora” rispose Danglars, “i cavalli erano troppo vivaci, essi avevano appena quattro anni, e mi facevano paura, per voi.”

“Eh, ben sapete” disse la baronessa, “che da un mese ho al mio servizio il miglior cocchiere di Parigi, a meno che non lo abbiate venduto coi cavalli…”

“Amica cara, ve ne troverò degli uguali, ed anche dei più belli, se sarà possibile, ma che saranno cavalli docili e quieti e non ispireranno simili terrori.”

La baronessa si strinse nelle spalle coll’aria del più profondo disprezzo. Danglars non fece mostra d’essersi accorto di questo gesto, e volgendosi a Montecristo:

“In verità mi dispiace non avervi conosciuto prima, signor conte” disse. “So che state arredando la vostra casa…”

“Sì” disse il conte, “e cercavo anche dei cavalli…”

“Ve li avrei proposti, poiché io li ho ceduti per niente, ma, come vi dissi, volevo disfarmene, erano cavalli troppo focosi.”

“Signore” disse il conte, “io vi ringrazio… Ne ho acquistati questa mattina due molti buoni, e non a caro prezzo. Anzi guardate, signor Debray, voi siete conoscitore, io credo?” Mentre Debray si avvicinava alla finestra, Danglars si accostò a sua moglie.

“Immaginatevi, signora” disse a bassa voce, “sono venuti ad offrirmi un prezzo esorbitante per quei cavalli. Non so chi sia il pazzo sulla via di rovinarsi che mi ha inviato questa mattina il suo intendente, ma il fatto è che vi ho guadagnato sedicimila franchi. Non mi rimproverate, ne darò a voi quattromila, e duemila ad Eugenia.”

La signora Danglars lasciò cadere su Danglars uno sguardo terribile.

“Oh, mio Dio!” gridò Debray.

“Che accade?” domandò la baronessa.

“Ma non m’inganno certo, quelli sono i vostri cavalli, attaccati alla carrozza del conte.”

“I miei grigi-pomellati?” gridò la signora Danglars.

E si lanciò verso la finestra.

“Infatti sono i miei cavalli.”

Danglars rimase stupefatto.

“Possibile?” disse Montecristo fingendo meraviglia.

“È incredibile!” mormorò il banchiere.

La baronessa disse due parole all’orecchio di Debray, che a sua volta si accostò al conte:

“La baronessa mi fa chiedere quanto ve li ha fatti pagare suo marito.”

“Non lo so bene” disse il conte, “è una sorpresa che mi ha fatto il mio intendente, e credo che mi costi trentamila franchi.”

Debray andò a riportare la risposta alla baronessa.

Danglars era così pallido, e così sconcertato che il conte fece mostra d’averne pietà.

“Vedete come sono ingrate le donne” disse. “Questa vostra preoccupazione non ha commosso per nulla la baronessa. Ingrata non è la parola adatta, dovrei dire pazza… Ma che volete farci? Si ama sempre ciò che nuoce, per cui, credetemi, barone mio, è meglio lasciarle far sempre di testa loro; se almeno se la rompono, non hanno a prendersela che con se stesse.”

Danglars non rispose una parola: prevedeva prossima una scena disastrosa. Le sopracciglia della baronessa si erano già aggrottate, e, come quelle di Giove Olimpico, presagivano un uragano.

Debray che lo sentiva ingrossare, prese pretesto di un affare, e si accomiatò. Montecristo che non voleva, rimanendo più lungamente, guastare una posizione da cui contava trarre qualche vantaggio, salutò la signora Danglars e si ritirò, abbandonando il barone alla collera della moglie.

“Bene” pensò Montecristo nel ritirarsi, “sono pervenuto dove volevo, ecco che tengo nelle mie mani la pace della famiglia, e che con un sol tratto vado a guadagnarmi il cuore del signore e della signora… Quale felicità! Ma in mezzo a tutto questo non sono stato presentato alla signorina Eugenia Danglars, che pure avrei desiderato molto conoscere. Ma” soggiunse egli con quel suo sorriso particolare, “eccoci a Parigi, ed abbiamo innanzi a noi il tempo… Tutto verrà a suo tempo.”

Con queste riflessioni il conte salì in carrozza e rientrò in casa. Due ore dopo la signora Danglars ricevette una graziosa lettera dal conte di Montecristo, nella quale le diceva che non volendo cominciare il suo ingresso nel mondo parigino facendo disperare una bella donna, la supplicava di riprendere i suoi cavalli. Essi avevano gli stessi finimenti che ella aveva veduti la mattina, soltanto in ciascuna rosetta che portavano sotto l’orecchia, il conte aveva fatto mettere un diamante.

Danglars ebbe pure una lettera.

Il conte gli chiedeva il permesso di perdonare alla baronessa un capriccio da milionaria, e lo pregava di scusare il modo orientale con cui era accompagnato il rinvio dei cavalli.

La sera il conte partì per Auteuil, accompagnato da Alì.

L’indomani verso le tre, Alì fu chiamato da un tocco del campanello, ed entrò nel salotto del conte.

“Alì” disse, “tu mi hai spesso accennato alla tua destrezza nel lanciare il laccio…”

Alì fece segno di sì, e si raddrizzò con fierezza.

“Bene!… Così col laccio tu fermeresti un bue?”

Alì fece segno colla testa di sì.

“Una tigre?”

Alì fece il medesimo segno.

“Un leone?”

Alì fece il gesto dell’uomo che lancia il laccio, ed imitò un ruggito soffocato.

“Bene, capisco, tu sei stato a caccia del leone.”

Alì fece un cenno orgoglioso colla testa.

“Ma, arresteresti nella loro corsa due cavalli furibondi?”

Alì sorrise.

“Ebbene ascolta” disse Montecristo, “fra poco passerà di qui una carrozza trascinata da due cavalli grigi-pomellati imbizzarriti, gli stessi che io avevo ieri. Dovessi farti schiacciare, bisogna che fermi quella carrozza davanti alla mia porta.”

Alì discese nella strada, e tracciò davanti alla porta una linea nella polvere; quindi rientrò e mostrò la linea al conte che lo aveva seguito cogli occhi.

Il conte gli batté dolcemente sulla spalla, era il suo modo di ringraziare Alì. Poi il moro andò a fumare la pipa sul luogo in cui la strada formava angolo con la casa, mentre Montecristo si ritirava senza più occuparsi di niente. Verso le tre, vale a dire nell’ora in cui Montecristo aspettava la carrozza, si sarebbero potuti notare in lui i segni quasi impercettibili di una leggera impazienza: passeggiava in una stanza che guardava sulla strada, tendendo ad intervalli l’orecchio, e andando ogni tanto alla finestra da dove scorgeva Alì, che mandava sbuffate di fumo a regolari intervalli, come se fosse assorto in una oziosa fumata.

D’improvviso s’intese un rotolar lontano che si avvicinava colla rapidità del fulmine, quindi comparve una carrozza, il cui cocchiere tentava inutilmente di trattenere i cavalli che si avanzavano furiosi, coi peli irti, e si avventavano con impeto insensato. In essa, una giovane signora ed un ragazzo di sette otto anni, che si tenevano abbracciati, avevano perduto, per l’eccesso della paura, perfino la forza di mandare un grido. Sarebbe bastato un sasso sulla strada, o un tronco d’albero staccato, per far deragliare la carrozza che già scricchiolava tenendo il mezzo della strada; giungevano dalla via le grida di terrore di coloro che la vedevano venire.

In un baleno Alì depone la pipa, cava il laccio, lo lancia, avvolge con triplice giro le zampe davanti del cavallo di sinistra, si lascia trascinare per tre o quattro passi dalla violenza dell’impulso, ma dopo questi tre o quattro passi, il cavallo allacciato si abbatte, cade sul timone che spezza, e paralizza così gli sforzi che fa il cavallo rimasto in piedi per continuare la corsa; il cocchiere approfitta di questo momento di respiro per gettarsi giù dalla serpa, ma già Alì ha afferrato colle sue mani di ferro il secondo cavallo, che nitrendo di dolore si stende fremente vicino al compagno.

Per tutto ciò non necessitò che il tempo che occorre ad una pallottola per cogliere nel segno. Ma bastò perché un uomo della casa davanti alla quale accadeva questo accidente si slanciasse fuori accompagnato da molti servitori. Mentre il cocchiere apriva la portiera, egli toglieva dalla carrozza la dama che con una mano era aggrappata al cuscino, coll’altra stringeva al petto il figlio svenuto.

Montecristo li trasportò entrambi nel salone, e li fece sdraiare sul sofà.

“Non temete più niente, signora” disse, “siete salva.”

La donna ritornò in sé, e per risposta accennò al figlio con uno sguardo più eloquente di tutte le preghiere.

Infatti il ragazzo era sempre svenuto.

“Sì, signora, capisco” disse il conte esaminando il fanciullo, “ma state tranquilla, non gli è accaduto alcun male, la sola paura lo ha messo in questo stato.”

“Ah, signore” gridò la madre, “non dite questo soltanto per tranquillizzarmi! Vedete come è pallido? Figlio mio, figlio mio! mio Edoardo! Rispondi dunque a tua madre. Ah, signore, mandate a cercare un medico… La mia fortuna è di chi mi restituisce il figlio!”

Montecristo fece un gesto per calmare la madre desolata ed aprendo un bauletto ne cavò una piccola bottiglia di cristallo di Boemia incrostata d’oro, contenente un liquore rosso come il sangue, e ne lasciò cadere una sola goccia sulle labbra del ragazzo; il quale, quantunque sempre più pallido, riaprì subito gli occhi.

A questa vista la gioia della madre divenne quasi un delirio.

“Dove sono?” gridò. “E a chi devo tanta felicità dopo una prova così crudele?”

“Voi siete, signora” rispose Montecristo, “in casa di un uomo felice di avervi potuto risparmiare un dispiacere.”

“Oh, maledetta curiosità!” disse la dama. “Tutta Parigi parla di questi magnifici cavalli della signora Danglars, ed io ho avuto la follia di volerli sperimentare.”

“Come!” gridò il conte con una sorpresa recitata stupendamente, “questi cavalli sono quelli della baronessa Danglars?”

“Sì, signore. La conoscete?”

“La signora Danglars? Ho questo onore, e la mia gioia è doppia nel vedervi salva dal pericolo che vi hanno fatto correre questi cavalli mentre voi avreste potuto addebitarne me: avevo acquistati questi cavalli dal barone, ma la baronessa mi parve talmente afflitta, che glieli rimandai ieri, pregandola di volerli accettare dalle mie mani.”

“Ma allora siete il conte di Montecristo di cui mi ha tanto parlato ieri Erminia?”

“Sì, signora” disse il conte.

“Ed io, signore, Luigia Villefort.”

Il conte la salutò, come se questo cognome gli fosse del tutto nuovo.

“Oh, quanto vi sarà riconoscente il signor Villefort!” riprese Luigia. “Perché vi dovrà la vita di noi due, gli avrete resa la moglie ed il figlio! Senza il vostro generoso servitore, questo caro ragazzo ed io saremmo rimasti uccisi.”

“Purtroppo, signora… Fremo ancora, pensando al pericolo che avete corso.”

“Spero che mi permetterete di compensare degnamente lo zelo di quest’uomo?”

“Signora” rispose Montecristo, “non mi guastate Alì, ve ne prego, né con elogi, né con ricompense; non voglio che prenda queste abitudini. Alì è mio schiavo; salvandovi la vita, ha servito me, ed è suo dovere servirmi.”

“Ma egli ha arrischiata la sua vita!” disse la signora Villefort, sulla quale quel tono padronale aveva un singolare ascendente.

“Ed io ho salvato la sua, signora” rispose Montecristo, “per conseguenza mi appartiene.”

La signora Villefort tacque; forse rifletteva su questo uomo, che dal primo momento faceva tanta impressione sugli spiriti. Durante questi momenti di silenzio, il conte ebbe agio di considerare quel ragazzo, che la madre copriva di tanti baci.

Era piccolo, gracile, bianco di pelle come i bambini rossi, ad onta di una foresta di capelli neri, ribelli ad ogni acconciatura, che ne copriva la fronte rotondeggiante, e cadendo sulle spalle ne contornava il viso e raddoppiava la vivacità degli occhi pieni di furba malizia e di giovanile cattiveria; la bocca, appena ritornata vermiglia, era sottile nelle labbra, e larga nell’apertura: i lineamenti di questo ragazzino di otto anni, dimostravano un’età almeno di dodici. Il primo movimento fu di sciogliersi con una rozza scossa dalle braccia di sua madre, e di andare ad aprire il bauletto da dove il conte aveva tratta la boccetta d’elisir; quindi, senza domandare il permesso ad alcuno, e come fanno di solito i fanciulli avvezzi a soddisfare tutti i loro capricci, si mise a levare il turacciolo a tutte le ampolle.

“Non toccate queste, amico mio” disse subito il conte, “alcuni di questi liquori sono pericolosi non soltanto a bersi, ma anche ad odorarsi.”

La signora Villefort impallidì e fermò il braccio del figlio che ricondusse a sé; ma appena sedato il timore, gettò sul bauletto un breve ma espressivo sguardo, che il conte afferrò a volo.

In quel momento entrò Alì.

La signora Villefort fece un movimento di gioia, e tirando più vicino a sé il ragazzo:

“Edoardo” gli disse, “vedi questo buon servitore? È stato molto coraggioso, perché ha rischiato la sua vita per fermare i cavalli che ci trascinavano e la carrozza ch’era vicina a fracassarsi: ringrazialo dunque, perché senza di lui a quest’ora saremmo forse morti.”

Il ragazzo allungò le labbra, e voltò sdegnosamente la testa:

“È troppo brutto” disse.

Il conte sorrise come se il ragazzo confermasse una delle sue speranze.

Quanto alla signora Villefort sgridò il figlio tanto blandamente che non avrebbe certamente soddisfatto Rousseau, se il piccolo Edoardo si fosse chiamato Emilio.

“Vedi” disse in arabo il conte ad Alì, “questa signora prega suo figlio di ringraziarti per la vita che tu hai salvata ad entrambi, ed il ragazzo risponde che sei troppo brutto.”

Alì per un momento volse la testa intelligente, ed osservò il fanciullo apparentemente senza espressione, ma un semplice tremito della sua narice fece capire a Montecristo ch’era rimasto ferito nell’anima.

“Signore” chiese la signora Villefort alzandosi per ritirarsi, “questa casa è la vostra abitazione stabile?”

“No, signora” rispose il conte, “è una specie di luogo di riposo, che ho acquistato: io abito all’entrata degli Champs-Élysées numero 30. Ma vedo che vi siete del tutto rimessa e che desiderate ritirarvi. Ho ordinato che siano attaccati alla mia carrozza quei medesimi cavalli; e Alì, quel servitore così brutto” diss’egli sorridendo al ragazzino, “avrà l’onore di condurvi a casa, mentre il vostro cocchiere resterà qui per fare accomodare la vettura. Così appena terminata questa piccola faccenda, una delle mie pariglie la ricondurrà direttamente dalla signora Danglars.”

“Ma” disse la signora Villefort, “non avrò mai il coraggio di ritornare con gli stessi cavalli.”

“Oh, vedrete, signora, che sotto la mano d’Alì diventeranno come agnelli.”

Alì si era già avvicinato ai cavalli, e a grande stento era riuscito a farli tornare in piedi.

Egli teneva in mano una piccola spugna imbevuta d’aceto aromatico; strofinò le narici e le tempie dei cavalli, coperti di sudore e di schiuma, che quasi subito si misero a soffiare fortemente e a fremere per qualche secondo. Quindi, in mezzo ad una folla numerosa richiamata dall’avvenimento e dalla rottura della carrozza innanzi casa, Alì fece attaccare i cavalli al coupé del conte, riunì le redini, salì sul seggio, e con grande stupore di tutti gli assistenti che avevano veduto questi cavalli travolti come da un turbine, pur obbligato ad usare vigorosamente la frusta per farli partire, non poté ottenere dai famosi grigio-pomellati, ora intontiti, pietrificati, insonnoliti, che un trotto tanto malsicuro e languido, che occorsero alla signora Villefort quasi due ore per giungere al Faubourg Saint-Honoré dove abitava.

Appena giunta a casa, e calmate le prime emozioni di famiglia, scrisse subito il seguente biglietto alla signora Danglars.



“Cara Erminia,

sono stata miracolosamente salvata insieme a mio figlio da quello stesso conte di Montecristo, di cui ieri sera mi avete tanto parlato, e che ero lungi dal credere che avrei veduto oggi. Ieri mi parlaste di lui con un entusiasmo tale ch’io non potei far a meno di scherzarne con tutto il mio piccolo spirito, ma oggi ritrovo questo entusiasmo molto al disotto dell’uomo che lo ispirava. I vostri cavalli avevano preso la mano a Ranelagh come fossero stati invasi dalla frenesia, e noi probabilmente saremmo andati in pezzi, Edoardo ed io, contro il primo albero della strada od il primo muro del villaggio, quando un arabo, un moro, uno della Nubia, un uomo nero infine, al servizio del conte, ha, dietro un suo cenno, io credo, fermato lo slancio dei cavalli col rischio di essere egli stesso ucciso, ed è proprio un miracolo che non lo sia stato. Allora il conte è accorso, e ci ha portati in casa sua, ed ha richiamato mio figlio alla vita. Nella sua carrozza fui ricondotta a casa, domani vi sarà mandata la vostra. Ritroverete i vostri cavalli avviliti dopo questo accidente; sono divenuti come ebeti, si direbbe che non possono perdonare a se stessi di essersi lasciati vincere da un uomo. Il conte mi ha incaricata di dirvi che due giorni di riposo sulla paglia ed orzo per solo nutrimento, li rimetteranno nello stesso stato florido, vale a dire spaventoso, come lo erano ieri.

Addio, non vi ringrazio della mia passeggiata. Tuttavia, quando vi rifletto, è un’ingratitudine conservarvi rancore per il capriccio della vostra pariglia, poiché ad essa devo di aver veduto il conte di Montecristo: e l’illustre forestiero mi sembra, prescindendo dai milioni di cui può disporre, un enigma così curioso e così importante, che conto di studiarlo ad ogni costo, dovessi ancora rifare un altra passeggiata al Bois coi vostri cavalli.

Edoardo ha sopportato l’avventura con un coraggio miracoloso. È svenuto, ma non ha mandato un grido prima, né versata una lacrima dopo. Direte ancora che il mio amore materno mi acceca, ma vi è un’anima di ferro in quel piccolo corpo così gracile e così delicato.

La nostra cara Valentina manda tanti saluti alla vostra cara Eugenia; io vi abbraccio di tutto cuore.


Luigia Villefort


Post scriptum. Fatemi dunque incontrare in casa vostra in qualunque modo col conte di Montecristo, voglio assolutamente rivederlo. Del resto ho ottenuto dal signor Villefort che gli faccia una visita; spero che gliela restituirà.”



In serata l’avventura d’Auteuil formava l’argomento di tutte le conversazioni: Alberto la raccontava a sua madre, Château-Renaud al Jockey Club, Debray nella sala del ministro, Beauchamp fece al conte la cortesia di inserire nel suo giornale, sotto la rubrica dei Fatti diversi, un racconto di venti lunghe righe, che introdusse il nobile straniero come un eroe presso tutte le dame dell’aristocrazia.

Molte persone andarono a farsi iscrivere nell’anticamera della signora Villefort, per avere poi il diritto di rinnovare la loro visita in tempo utile, e di sentire dalla bocca di lei tutti i particolari di questa pittoresca avventura.

In quanto al signor Villefort, come aveva scritto Luigia, indossò un abito nero, guanti bianchi, e salì nella sua carrozza, che si fermò al numero 30 all’entrata degli Champs-Élysées.
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