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Capitolo 44. Pioggia di sangue

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* * *
“Il gioielliere entrando girò uno sguardo investigatore intorno a sé; ma nulla poteva fargli nascere sospetti, se non ne aveva, e nulla confermarglieli quando ne avesse avuti. Caderousse copriva sempre con ambo le mani i biglietti e l’oro.

Carconta sorrideva al suo ospite più graziosamente che poteva.

‘Ah, ah’ disse il gioielliere, ‘sembra che abbiate paura di non aver ricevuto il conto vostro, che tornavate a contare il tesoro dopo la mia partenza?’

‘No’ disse Caderousse, ‘ma l’avvenimento che ce ne mette in possesso è così inatteso, che non vi possiamo ancora credere, e quando non abbiamo la prova materiale sotto gli occhi, ci pare sempre di sognare.’

Il gioielliere sorrise.

‘Avete viaggiatori nel vostro albergo?’ domandò.

‘No’ rispose Caderousse, ‘non diamo da dormire; siamo troppo vicini alla città, e nessuno si ferma.’

‘Allora vi procuro un grandissimo incomodo?’

‘Incomodarci voi! Mio caro signore’ disse con grazia Carconta, ‘niente affatto; ve lo giuro.’

‘Vediamo, dove mi metterete?’

‘Nella camera in alto.’

‘Ma non è la vostra camera?’

‘Oh, non importa: abbiamo un secondo letto nella camera di fianco a questa.’

Caderousse guardò con meraviglia la moglie. Il gioielliere canterellò una canzonetta mentre si riscaldava il dorso ad una fascina che Carconta aveva accesa nel caminetto per il suo ospite, intanto apparecchiava ad un angolo della tavola, su cui aveva messa una salvietta, i magri avanzi di un pranzo a cui unì due o tre uova fresche.

Caderousse aveva nuovamente chiusi i biglietti nel portafogli, l’oro nel sacchetto, ed il tutto nell’armadio. Egli passeggiava in lungo ed in largo, cupo e meditabondo, alzando la testa sul gioielliere, che stava fumando davanti al caminetto, e che si asciugava da un lato, e poi dall’altro.

‘Ecco qua’ disse Carconta mettendo una bottiglia sulla tavola. ‘Quando vorrete cenare, tutto è pronto.’

‘E voi?’ domandò Giovanni.

‘Io non cenerò’ rispose Caderousse.

‘Abbiamo pranzato tardissimo’ si affrettò a dire Carconta.

‘Cenerò dunque solo?’ disse il gioielliere.

‘Vi serviremo’ disse Carconta, con una premura che non le era naturale, neppure cogli ospiti del suo paese.

Ogni tanto Caderousse le lanciava degli sguardi rapidi come il baleno.

L’uragano continuava.

‘Sentite? sentite?’ diceva Carconta. ‘Avete fatto molto bene, in fede mia, a ritornare.’

‘Ciò non impedisce che se il temporale diminuisce durante la mia cena io ritorni a mettermi in viaggio.’

‘Spira maestrale’ disse Caderousse scuotendo la testa. ‘Avremo questo tempo fino a domani.’

E dicendo ciò, mandò un sospiro.

‘Accidenti’ disse il gioielliere mettendosi a tavola. ‘Tanto peggio per quelli che sono fuori.’

‘Sì’ soggiunse Carconta, ‘passeranno una cattiva notte.’

Il gioielliere cominciò la cena, e la Carconta continuò ad avere per lui tutte le piccole premure di un’attività albergatrice, essa d’ordinario così dispettosa e strana era divenuta il modello della pulizia e delle premure. Se il gioielliere l’avesse conosciuta prima, si sarebbe certamente meravigliato di un così grande mutamento, e ciò non avrebbe mancato di ispirargli qualche sospetto. In quanto a Caderousse, non diceva una parola, continuava ad andare su e giù per la stanza, e sembrava perfino non osasse guardare il suo ospite.

Quando la cena fu terminata, Caderousse andò egli stesso ad aprire la porta.

‘Credo che l’uragano si calmi…’ disse.

Ma nello stesso momento, come per dargli una smentita, un terribile scroscio di tuono fece tremare la casa, e l’impeto del vento pervenne a spegnere la lucerna.

Caderousse rinchiuse la porta; e sua moglie accese una candela al fuoco che stava estinguendosi.

‘Prendete’ disse lei al gioielliere. ‘Dovete essere stanco… Ho messo lenzuola di bucato al letto, salite per riposarvi, e dormite bene.’

Giovanni si fermò ancora un momento per assicurarsi se il temporale non si calmasse, e quando fu certo che il tuono e la pioggia non facevano che aumentare, augurò la buona notte ai suoi albergatori e salì la scala.

Egli passava sopra la mia testa, e sentivo ciascuno scalino scricchiolare sotto i suoi passi.

Carconta lo seguì con occhio avido, mentre Caderousse gli voltò le spalle, e non guardò neppure da quella parte.

Tutti questi particolari, che mi sono poi ritornati in memoria, non mi fecero allora alcuna impressione mentre avvenivano sotto i miei occhi, e non c’era nulla di straordinario in ciò che accadeva, eccettuata la storia del diamante che mi sembrava un poco inverosimile.

Così, essendo spossato dalla fatica, e contando di approfittare della prima pausa della tempesta, decisi di dormire lì alcune ore, e di allontanarmi nel mezzo della notte.

Sentivo nella camera superiore che anche il gioielliere faceva tutti i preparativi per passare la notte il meglio che potesse. Ben presto il letto scricchiolò sotto il suo peso; era andato a riposare. Sentivo i miei occhi chiudersi mio malgrado, e siccome non avevo alcun sospetto, così mi abbandonai al sonno, però lanciando un ultimo sguardo nell’interno della cucina.

Caderousse era seduto di fianco ad una lunga tavola, su una di quelle panche di legno in uso negli alberghi dei villaggi. Mi voltava le spalle, e non potevo vederne i lineamenti, teneva il viso sepolto nelle mani.

La Carconta lo guardò per qualche tempo, poi si strinse nelle spalle e andò a sedersi vicino a lui. La fiamma morente si appiccò ad un avanzo di legno dimenticato, una luce un po’ più vivace illuminò l’interno.

Carconta teneva gli occhi fissi sul marito, e siccome questi rimaneva sempre nella stessa posizione, la vidi stendere verso di lui la scarna mano, e toccarlo in fronte…

Caderousse fremette.

Mi sembrò che la donna movesse le labbra, ma sia che parlasse troppo piano, sia che i miei sensi fossero già presi dal sonno, il suono della sua voce non giunse fino a me.

Non ci vedevo che attraverso una nebbia; era quella incertezza del sonno, nella quale si crede di cominciare a sognare. Finalmente i miei occhi si chiusero, e persi conoscenza.

Ero nel più profondo del sonno, quando fui svegliato da un colpo di pistola seguito da un grido terribile.

Udii alcuni passi barcollanti nella stanza di sopra, poi una massa inerte cadde dalle scale.

Non ero ancora ben padrone di me. Intesi dei gemiti, poi delle grida soffocate come per una lotta.

Un ultimo grido, che terminò in un gemito prolungato, venne a togliermi del tutto dal mio letargo.

Mi sollevai sopra un braccio, aprii gli occhi, che non videro niente nelle tenebre, e portai la mano alla fronte, sulla quale mi pareva che cadesse dalle fenditure della scala una pioggia tiepida ed abbondante.

Il più profondo silenzio era succeduto a questo spaventoso rumore. Intesi il passo di un uomo che camminava di sopra; questi passi fecero scricchiolare la scala. Poi l’uomo discese nella stanza, si avvicinò al caminetto, ed accese una candela.

Era Caderousse; aveva il viso pallido, e la camicia insanguinata. Accesa la candela risalì rapidamente la scala, e intesi di nuovo i suoi passi rapidi e tremolanti.

Un momento dopo tornò a scendere; teneva in una mano l’astuccio, e si assicurò che vi fosse ancora il diamante. Cercò un momento in quale delle sue tasche doveva metterlo; quindi senza dubbio, non ritenendo la tasca un nascondiglio abbastanza sicuro, lo avvolse nel fazzoletto rosso, che si legò al collo. Poi corse all’armadio, ne cavò i biglietti e l’oro e mise gli uni nelle tasche dei suoi calzoni, l’altro nella tasca del suo abito, prese due o tre camicie, si lanciò verso la porta, e sparì nell’oscurità.

Allora tutto fu chiaro e manifesto; mi figurai l’accaduto, come fossi stato il colpevole.

Mi sembrò sentire dei gemiti: il gioielliere poteva non essere ancora morto; forse potevo riparare, apportandogli soccorso, una parte di quel male che non avevo fatto, ma che avevo lasciato fare.

Appoggiai le spalle contro l’assito di quella specie di tamburo che mi separava dalla sala inferiore, l’assito cedette ed io mi ritrovai in casa.

Corsi a prendere la candela, e mi lanciai verso la scala; un corpo la sbarrava di traverso… era il cadavere della Carconta. Il colpo di pistola che avevo udito era stato scaricato su lei: aveva la gola trapassata da parte a parte, e vomitava sangue dalla bocca.

Scavalcai il suo corpo e passai. La camera offriva l’aspetto del più spaventoso disordine. Due o tre mobili erano stati rovesciati; il lenzuolo, al quale si era aggrappato il disgraziato gioielliere, era steso sul pavimento; egli stesso giaceva a terra, colla testa appoggiata contro il muro in un mare di sangue, che scaturiva da tre larghe ferite al petto. Nella quarta era rimasto un lungo coltello da cucina di cui non si vedeva che il manico. Inciampai nella seconda pistola, che non aveva sparato perché forse la polvere era bagnata.

Mi avvicinai al gioielliere, effettivamente non era morto: aprì gli occhi stravolti, giunse a fissarli un momento su me, agitò le labbra come se avesse voluto parlare, e spirò.

Questo truce spettacolo mi aveva reso quasi insensato. Dal momento che non potevo più arrecare soccorso ad alcuno, non provai che un solo bisogno, cioè di fuggire. Mi precipitai dalla scala, cacciandomi le mani nei capelli, e mandando un grido di terrore.

Nella sala terrena c’erano cinque o sei doganieri e due o tre gendarmi. Un intero picchetto d’armati. S’impadronirono di me e non tentai nemmeno di fare resistenza, non ero più padrone dei miei nervi. Tentai di parlare e non emisi che qualche grido inarticolato; vidi che i doganieri ed i gendarmi mi mostravano a dito, volsi gli occhi su me stesso, e m’accorsi allora che ero tutto pieno di sangue.

Quella pioggia tiepida che avevo sentito cadermi sopra dalle fenditure dei gradini della scala, era il sangue di Carconta.

Mostrai col dito il luogo dov’ero nascosto.

‘Che vuoi dire?’ domandò un gendarme.

Un doganiere andò a vedere.

‘Vuol dire ch’è passato di là’ rispose.

E mostrò l’apertura per la quale effettivamente ero passato.

Allora capii che venivo preso per l’assassino. Ricuperai la voce, e ritrovai la forza; mi sciolsi dalle mani dei due uomini che mi tenevano gridando:

‘Non sono stato io! non sono stato io!’

Due gendarmi mi presero di mira colle carabine.

‘Se fai un movimento’ mi dissero, ‘sei morto!’

‘Ma’ gridai, ‘vi ripeto che non sono stato io.’

‘Racconterai la tua storiella ai giudici di Nîmes’ dissero. ‘Intanto vieni con noi; e se vuoi un buon consiglio è di non fare resistenza.’

Questa non era la mia intenzione: ero spossato dalla sorpresa e dal terrore. Mi furono messe le manette, fui attaccato alla coda di un cavallo e fui condotto a Nîmes.

Ero stato seguito da un doganiere che mi aveva perduto di vista nelle vicinanze della casa, e pensando che vi avrei passata tutta la notte, andò ad avvisare i compagni, che giunsero in tempo per sentire di lontano il colpo di pistola, e per cogliere me in mezzo a tante prove di colpevolezza. Capii quanto mi sarebbe costato far conoscere la mia innocenza. Non avevo che un sol punto di appoggio; e la prima domanda che feci al giudice istruttore fu una preghiera: che fosse ricercato un certo abate Busoni, in quel giorno fermatosi all’albergo del Ponte di Gard.

Se Caderousse aveva inventata una storia, se quest’abate non esisteva, ero evidentemente perduto, a meno che non fosse arrestato Caderousse e confessasse tutto.

Passarono due mesi, durante i quali, debbo dirlo a lode dei miei giudici, furono fatte le possibili ricerche per ritrovare l’abate.

Avevo perduto ogni speranza; Caderousse non era stato arrestato. Ero vicino ad essere giudicato nella prima seduta, allorché il giorno 8 settembre, cioè tre mesi e cinque giorni dopo l’avvenimento, l’abate Busoni, sul quale non speravo più, si presentò alle carceri, dicendo che sapeva che un prigioniero desiderava parlargli. Aveva saputo, diceva, la cosa a Marsiglia, e si affrettava ad accorrere.

Capirete con quale ardore lo ricevetti; gli raccontai tutto ciò di cui ero stato testimonio: cominciai con esitazione la storia del diamante. Contro ogni mia aspettativa, era vera punto per punto, e contro ogni mia aspettativa ancora egli prestò piena fede a tutto ciò che gli dissi.

Allora convinto dalla sua dolce carità, ravvisando in lui una profonda conoscenza dei costumi del mio paese, e pensando che la parola del perdono del solo delitto che avevo commesso nella mia vita, poteva forse uscire dalle sue labbra tanto caritatevoli, gli raccontai, sotto il suggello della confessione, l’avventura d’Auteuil in tutti i suoi particolari.

La confessione di questo primo assassinio, che niente mi costringeva a confessare, gli provò ch’io non avevo commesso il secondo: mi lasciò, dicendomi di sperare e promettendomi di fare ciò che sarebbe stato in suo potere per convincere i giudici della mia innocenza.

Ebbi infatti la prova ch’egli si era occupato di me, quando vidi addolcirsi i trattamenti che ricevevo nella mia prigione, e seppi che veniva differito il giudizio alle sedute che sarebbero venute. In quest’intervallo la Provvidenza volle che Caderousse fosse arrestato all’estero e ricondotto in Francia. Egli confessò tutto, aggravando la moglie della premeditazione, e particolarmente della istigazione, e fu condannato alla galera a vita. Io fui messo in libertà.”

“E fu allora” disse Montecristo, “che vi presentaste a me colla lettera dell’abate Busoni.”

“Sì, Eccellenza, egli aveva preso per me un particolare interesse.

‘Il vostro stato di contrabbandiere vi perderà’ mi disse. ‘Se voi uscite di qui, lasciatelo.’

‘Ma, padre’ gli chiesi, ‘come volete che faccia a vivere ed a far vivere la mia povera cognata?’

‘Uno dei miei penitenti’ disse, ‘mi ha in molta stima, e mi ha incaricato di trovargli un uomo di fiducia. Volete essere quest’uomo? Vi raccomanderò a lui!’

‘Oh! Padre’ gridai, ‘quanta bontà!’

‘Ma mi promettete che non avrò mai a pentirmene?’

Stesi la mano per fare il mio giuramento.

‘È inutile’ diss’egli, ‘conosco ed amo i corsi: ecco la mia raccomandazione.’

E scrisse le poche righe che vi portai, e per le quali Vostra Eccellenza ebbe la bontà di prendermi al suo servizio. Ora domando con orgoglio a Vostra Eccellenza: ha mai dovuto lamentarsi di me?”

“No” rispose il conte, “e lo dico con piacere, siete un buon servitore quantunque manchiate di confidenza.”

“Io, signor conte?”

“Sì, voi. Come, avete una cognata ed un figlio adottivo, e non mi avete mai parlato di loro?”

“Ahimè, Eccellenza, questo è quanto mi rimane da dirvi, ed è la parte più triste della mia vita…

Partii per la Corsica: avevo fretta, come potrete bene immaginarvi d’andare a consolare quella ch’io chiamavo mia sorella, ma quando giunsi a Rogliano trovai la casa in lutto. Era accaduta una cosa orribile, e di cui i vicini conservavano ancora memoria!

La mia povera cognata, secondo quanto le avevo consigliato, non cedette più alle pretese di Benedetto, che ad ogni momento voleva denaro. Una mattina egli la minacciò, e poi sparì per tutto il giorno. Lei pianse. La povera Assunta aveva per il miserabile una tenerezza materna. Giunse la sera, e lo aspettò senza andare a letto. Alle undici entrò con due dei suoi amici, compagni di tutte le sue follie. Lei gli stese le braccia, ma questi s’impadronirono di lei, ed uno dei tre (io temo sia stato quel diabolico ragazzo) gridò:

‘Torturiamola, bisognerà bene che confessi dove tiene nascosto il suo denaro.’

Il vicino Basilio era a Bastìa, e sua moglie soltanto era rimasta in casa. Nessuno, eccettuata lei, poteva vedere o sentire ciò che accadeva in casa mia. Due di loro tenevano ferma la povera Assunta, che, non potendo credere alla possibilità di un simile eccesso, sorrideva ai carnefici, il terzo andò a barricare la porta e le finestre. Quando tornò, tutti e tre riuniti soffocando le grida che il terrore le strappava, avvicinarono i piedi di Assunta ad un braciere. Ma nella lotta il fuoco si appiccò alle vesti: lasciarono allora la poveretta per non essere bruciati anch’essi. Fra le fiamme ella corse alla porta, ma era chiusa, si slanciò verso le finestre ma erano barricate. Allora la vicina intese delle grida orribili; era Assunta che chiamava soccorso.

Ben presto la sua voce fu soffocata, e le grida divennero gemiti.

L’indomani, dopo una notte di terrore e d’angoscia, quando la moglie di Basilio osò uscire di casa, fece aprire la porta dal giudice: fu ritrovata la povera Assunta per metà bruciata, ma che respirava ancora, gli armadi forzati, ed il piccolo tesoro sparito. Benedetto aveva lasciato Rogliano per non tornarvi più, e da quel giorno non l’ho più veduto, né ho sentito parlare di lui. Dopo queste tristi notizie, venni da Vostra Eccellenza. Non potevo più parlarvi di Benedetto, perché era sparito, né di Assunta perché era morta.”

“E che avete pensato di ciò?” domandò Montecristo.

“Che quello era stato il castigo del delitto che io avevo commesso” rispose Bertuccio. “Ah, questi Villefort, sono una razza maledetta!”

“Lo credo anch’io” mormorò il conte con accento lugubre.

“Ed ora” rispose Bertuccio, “Vostra Eccellenza comprenderà, che questa casa che da allora non avevo più veduta, che questo giardino dove mi sono ritrovato d’improvviso, che questo luogo dove ho ammazzato un uomo, devono avermi procurato quelle forti emozioni delle quali ha voluto conoscere l’origine. Inoltre non sono certo che davanti a me, là ai miei piedi, Villefort non sia stato sepolto nella fossa ch’egli aveva scavata per suo figlio.”

“Infatti tutto è possibile” disse Montecristo, levandosi dalla panca su cui era seduto, “ed anche” soggiunse a bassa voce, “che il procuratore del re non sia morto. L’abate Busoni ha fatto bene ad indirizzarvi a me. E voi avete fatto bene a raccontarmi la vostra storia; perché non avrò più sospetti a vostro riguardo. In quanto a codesto mal chiamato Benedetto, non avete mai cercato di sapere ciò che ne sia avvenuto?”

“No, mai. Se avessi saputo dov’era, invece d’andare da lui, sarei fuggito come davanti ad un mostro. No, fortunatamente, non ne ho inteso mai parlare da chicchessia; e spero che sia morto.”

“Non lo sperate, Bertuccio” disse il conte. “I cattivi non muoiono così, sembra che Dio li prenda sotto la sua custodia per farne gli strumenti della sua giustizia.”

“Sia” disse Bertuccio. “Tutto ciò però che io domando al cielo è che non lo abbia mai a rivedere. Ora” continuò l’intendente abbassando la testa, “voi sapete tutto, signor conte, siete il mio giudice quaggiù… Non vorrete dirmi qualche parola di consolazione?”

“Infatti avete ragione, ed io posso dirvi ciò che vi direbbe l’abate Busoni. Colui che avete colpito, meritava un castigo per ciò che aveva fatto a voi, e fors’anche a qualche altro. Benedetto, se vive, servirà a qualche giustizia divina, poi a sua volta sarà punito. In quanto a voi, non avete più rimproveri da farvi. Chiedetevi piuttosto perché, avendo salvato questo bimbo dalla morte, non lo rendeste a sua madre: qui sta il delitto, Bertuccio.”

“Sì, signore, quello è il mio delitto, il vero delitto, perché in questo, sono stato un vile. Una volta richiamato alla vita il bambino, non avevo che una sola cosa da fare, voi lo diceste: farlo sapere a sua madre. Ma mi necessitava fare delle ricerche, attirare l’attenzione, e forse scoprirmi. Non volli morire, ero attaccato alla vita per il sostentamento di mia cognata, per l’amore di me stesso, innato in ciascuno, per rimaner sano e libero nelle mie vendette, infine ero attaccato alla vita anche per l’amore stesso della vita. Oh, non sono un brav’uomo come lo era mio fratello!”

E Bertuccio si nascose il viso fra le mani.

Montecristo fissò su lui un lungo ed indefinito sguardo.

Dopo un momento di silenzio reso ancora più solenne dall’ora e dal luogo:

“Per terminare degnamente questa conversazione, che sarà l’ultima su tali avventure, Bertuccio” disse il conte, “ritenete bene le mie parole, le ho spesso intese pronunciare dallo stesso abate Busoni. A tutti i mali vi sono due rimedi: il tempo e il silenzio. Ora, Bertuccio, lasciatemi passeggiare un momento in questo giardino. Ciò che rammenta a voi un’emozione ripugnante, come attore di quell’orribile scena, darà a me sensazioni quasi piacevoli, come raddoppiassero il valore di questa proprietà. Gli alberi non piacciono se non perché danno l’ombra, e l’ombra stessa non piace se non perché è piena di sogni e di visioni. Ecco che compro un giardino, credendo d’acquistare un semplice recinto circondato da muri, e d’improvviso si cambia in un giardino pieno di fantasmi non descritti nel contratto. Io amo i fantasmi, e non ho mai inteso dire che i morti abbiano in seimila anni fatto tanto male, quanto ne fanno i vivi in un solo giorno. Rientrate dunque, Bertuccio, e andate a dormire in pace.”

Bertuccio s’inchinò profondamente davanti al conte, e si allontanò mandando un sospiro.

Montecristo rimase solo; e facendo quattro passi in avanti, mormorò:

“Qui, vicino a questa pianta, la fossa in cui fu deposto il bambino; laggiù la piccola porta per cui si entrava nel giardino: in quest’angolo la scala segreta che conduce alla camera da letto. Credo di non aver bisogno di descrivere tutto ciò nel mio taccuino, perché ecco qua, davanti ai miei occhi, intorno a me, sotto i miei piedi, il piano in rilievo, il piano vivente.”

Ed il conte, dopo un ultimo giro in quel giardino, andò a raggiungere la sua carrozza. Bertuccio che lo vide assorto, s’assise presso il cocchiere. La carrozza riprese la strada di Parigi.

La sera stessa, al suo ritorno nella casa degli Champs-Elysées, il conte di Montecristo visitò tutta l’abitazione come avrebbe potuto fare un uomo a cui fosse stata famigliare da molti anni.

Alì lo accompagnava in questa visita notturna. Il conte dette a Bertuccio molti ordini per l’abbellimento e la nuova distribuzione degli appartamenti. Poi cavando l’orologio disse all’attento moro:

“Sono le undici e mezzo. Haydée non può tardare ad arrivare. Sono state avvertite le cameriere francesi?”

Alì stese la mano verso l’appartamento destinato alla bella greca (talmente isolato, che nascondendo la porta dietro la tappezzeria, la casa poteva essere visitata per intero, senza che alcuno potesse sospettare esservi un salotto e due camere abitate), mostrò il numero tre con la mano sinistra, e su questa mano, appoggiò la testa, e chiuse gli occhi come dormiente.

“Ah” fece Montecristo, abituato a questo linguaggio, “tre aspettano nella camera da letto, non è così?”

“Sì” fece Alì, agitando la testa.

“La signora sarà stanca questa sera, e senza dubbio vorrà dormire” continuò Montecristo, “che nessuno la faccia parlare. Le cameriere francesi devono soltanto salutare la loro nuova padrona e ritirarsi e voi sorveglierete perché la cameriera greca non abbia comunicazione colle francesi.”

Alì s’inchinò.

Ben presto fu inteso chiamare il portinaio; il cancello s’aprì, una carrozza percorse il viale e si fermò davanti alla scalinata. Il conte scese: la portiera era già aperta, egli stese la mano ad una giovane avvolta in un manto di seta verde ricamato in oro che la copriva tutta, fin dalla testa.

Allora, preceduta da Alì che portava una torcia dal profumo di rose, la giovane fu condotta al suo appartamento, quindi il conte si ritirò nel padiglione che si era riservato.

Mezz’ora dopo mezzanotte tutti i lumi erano spenti nella casa, e si sarebbe potuto credere che tutti dormissero.
* * *