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Capitolo 43. La vendetta

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* * *
“Da dove desiderate, signor conte, che cominci il racconto?” domandò Bertuccio.

“Da dove volete” disse Montecristo, “giacché non ne so assolutamente niente.”

“Credevo che Vostra Eccellenza avesse già saputo che…”

“Sì, qualche particolare senza dubbio; ma sono passati sette o otto anni, e nulla più mi ricordo.”

“Allora posso, senza tema d’annoiare Vostra Eccellenza…”

“Raccontate pure, mi farete le veci di un giornale.”

“Le cose rimontano al 1815.”

“Ah, ah” fece Montecristo, “il 1815 non fu ieri.”

“No, signore, tuttavia i più piccoli particolari sono presenti come fosse oggi. Io avevo un fratello maggiore che era al servizio dell’Imperatore. Era sottotenente in un reggimento composto tutto di corsi. Era anche il mio unico amico, noi eravamo rimasti orfani: egli a diciotto, io a cinque anni; e mi aveva allevato come fossi stato suo figlio. Si ammogliò nel 1814 sotto i Borboni; ma quando l’Imperatore ritornò dall’isola d’Elba, mio fratello riprese subito servizio; poi ferito leggermente a Waterloo, si ritirò coll’esercito dietro la Loira.”

“Ma questa è la storia dei cento giorni, Bertuccio, ed è già stata fatta, se non sbaglio.”

“Scusate, Eccellenza, ma questi primi particolari sono necessari, e voi mi avete promesso d’esser paziente.”

“Avanti, avanti! Non dirò più una parola.”

“Un giorno ricevemmo una lettera… Bisogna dirvi che abitavamo nel piccolo villaggio di Rogliano, all’estremità del capo Corso… Era di mio fratello, il quale diceva che l’esercito era stato sciolto e lui ritornava per la via di Châteauroux, Clermont-Ferrand, le Puy e Nîmes, e che se avevo denaro glielo inviassi a Nîmes presso un albergatore di nostra conoscenza…”

“Contrabbandiere” interruppe il conte.

“Eh, mio Dio, bisogna bene che tutti vivano.”

“Certamente, continuate dunque.”

“Io amavo teneramente mio fratello, ve l’ho detto, per cui decisi di non inviargli il denaro, ma di portarglielo io stesso. Possedevo un migliaio di franchi; ne lasciai cinquecento ad Assunta, mia cognata, presi gli altri cinquecento e mi misi in viaggio per Nîmes… Era cosa facile, avevo la mia barca, un carico da fare per mare: tutto secondava il mio disegno. Ma, fatto il carico, il vento divenne contrario, di modo che stemmo tre o quattro giorni senza potere entrare nel Rodano. Finalmente vi riuscimmo: risaliti fino ad Arles lasciai la barca fra Bellegarde e Beaucaire, e presi la via di Nîmes; erano i giorni in cui accadeva il famoso massacro del mezzogiorno. Due o tre briganti chiamati Trestaillon, Truphemy e Graffan, scannavano sulle strade tutti quelli che credevano bonapartisti. Senza dubbio il signor conte avrà inteso parlare di questi assassini.”

“Sì, ma vagamente; allora ero lontano dalla Francia.”

“Entrando a Nîmes si camminava, alla lettera, nel sangue; a ciascun passo s’incontravano cadaveri: gli assassini, ordinati in bande, uccidevano, saccheggiavano, bruciavano. Alla vista di tanta carneficina, mi prese un tremito, non per me, io, semplice pescatore corso, non avevo da temere, anzi per noi contrabbandieri, quelli erano tempi buoni, ma per mio fratello, soldato dell’impero, che ritornava dall’esercito della Loira colla sua uniforme, le spalline, c’era tutto da temere… Corsi dal nostro albergatore, i miei presentimenti non mi avevano ingannato: mio fratello giunto il giorno innanzi a Nîmes, alla stessa porta di quello cui andava a chiedere ospitalità era stato assassinato. Feci il possibile per riconoscere gli uccisori, ma nessuno osò dirmi i loro nomi, tanto erano temuti. Pensai allora alla giustizia francese, di cui tanto mi era stato parlato, e che nulla teme, e mi presentai al procuratore del re.”

“E questo procuratore del re si chiamava Villefort?” chiese negligentemente Montecristo.

“Sì, Eccellenza, veniva da Marsiglia dove era stato sostituto. Il suo zelo gli aveva procurato l’avanzamento. Era stato uno dei primi, si diceva, che avevano annunziato al governo lo sbarco dall’isola d’Elba.”

“Dunque” riprese Montecristo, “vi presentaste a lui?”

“‘Signore’ gli dissi, ‘mio fratello è stato assassinato ieri nelle strade di Nîmes, non so da chi, ma è vostro compito saperlo. Voi siete qui il capo della giustizia, e spetta alla giustizia vendicare quelli che non ha saputo difendere.’

‘E che cos’era vostro fratello?’ domandò il procuratore del re.

‘Sottotenente nel battaglione corso.’

‘Un soldato dell’imperatore allora…’

‘Un soldato dell’esercito francese.’

‘Ebbene’ replicò, ‘si è servito della spada, ed è morto di spada.’

‘Voi v’ingannate, signore, egli perì sotto il pugnale.’

‘E che volete che faccia?’ risponde il magistrato.

‘Ve l’ho già detto, voglio che lo vendichiate.’

‘E di chi?’

‘Dei suoi assassini.’

‘E che, li conosco io?’

‘Fateli cercare.’

‘Per farne che? Vostro fratello avrà avuto qualche contesa, e si sarà battuto in duello. Tutti questi vecchi soldati cadono in eccessi, che riuscivano bene sotto l’impero, ma che ora riescono male; adesso le nostre genti del mezzogiorno non amano né i soldati, né gli eccessi.’

‘Siccome non è per me che vi prego. Io piangerei, o mi vendicherei, ecco tutto; ma il mio povero fratello aveva una moglie. Se accadesse anche a me qualche disgrazia, povera donna, morirebbe di fame, perché il solo lavoro di mio fratello la faceva vivere. Ottenete per lei una piccola pensione del governo.’

‘Ciascuna rivoluzione ha la sua catastrofe; vostro fratello è rimasto vittima di questa, è una disgrazia; ma il governo nulla deve per ciò alla vostra famiglia. Se dovessimo giudicare tutte le vendette che i partigiani si sono prese su quelli del re, quando avevano il potere, vostro fratello oggi forse sarebbe condannato a morte. Ciò che accade è naturale, perché è la legge di rappresaglia.’

‘E che signore!’ gridai io. ‘È mai possibile che parliate così, voi magistrato…?!’

‘Tutti questi corsi sono pazzi’ rispose Villefort. ‘Credono ancora che il loro compatriota sia imperatore. Voi sbagliate epoca, dovevate venirmi a dir questo due mesi fa: oggi è troppo tardi. Andatevene dunque, e se non volete andare, vi farò buttar fuori.’

Lo guardai un momento per vedere se, con una nuova preghiera, vi fosse stata qualche cosa da sperare. Quest’uomo era di pietra. Mi avvicinai a lui.

‘Ebbene’ gli dissi a mezza voce, ‘poiché conoscete tanto bene i corsi dovete sapere in qual modo essi mantengono la loro parola. Voi trovate che hanno fatto bene ad uccidere mio fratello, che era bonapartista, perché voi siete regio; ebbene io che sono ugualmente bonapartista, vi dichiaro una cosa, che vi ammazzerò! Da questo momento vi dichiaro vendetta; per cui cautelatevi bene, e guardatevi come meglio potrete; poiché la prima volta che ci ritroveremo faccia a faccia, sarà segno che è giunta l’ultima vostra ora.’

Dopo ciò, prima ancor che si fosse rimesso dalla sorpresa, aprii la porta e fuggii.”

“Oh, oh” disse Montecristo, “colla vostra onesta figura fate di queste cose, Bertuccio, ed anche ad un procuratore del re? Va bene! Ma sapeva almeno ciò che voleva dire la parola vendetta?”

“Lo sapeva tanto bene, che da quel giorno non uscì più solo, e si chiuse in casa, facendomi cercare dappertutto. Fortunatamente ero tanto ben nascosto, che non poté trovarmi. Allora fu preso dalla paura, tremò di restare più lungamente a Nîmes: sollecitò una permuta di residenza e siccome era realmente persona d’influenza si fece nominare a Versailles. Ma, voi lo sapete, non vi sono distanze per un corso che ha giurato di vendicarsi del suo nemico, e la sua carrozza, per quanto fosse bene condotta, non ha mai avuto più di una mezza giornata di vantaggio su me, sebbene lo seguissi a piedi. L’importante non era d’ucciderlo, cento volte ne avrei trovato l’occasione, ma di ucciderlo senza essere scoperto, e particolarmente senza essere arrestato. Ormai non ero più indipendente, avevo da proteggere e da nutrire mia cognata. Per tre mesi lo appostai: e per tre mesi non fece un passo, un movimento, una passeggiata senza che il mio sguardo non lo seguisse ovunque andava. Finalmente scoprii che veniva misteriosamente ad Auteuil: lo seguii, e lo vidi entrare in questa casa ove siamo; soltanto, invece d’entrare, come tutti, dalla porta grande della strada, egli veniva o a cavallo, o in carrozza, e lasciando il cavallo o la carrozza all’albergo, entrava per quella piccola porta che vedete là.”

Montecristo fece colla testa un segno che provava che malgrado l’oscurità, distingueva l’entrata indicata da Bertuccio.

“Io non ero più necessario a Versailles, mi stabilii ad Auteuil, e presi le mie misure. Se volevo prenderlo era evidentemente qui che dovevo tendere il laccio. La casa apparteneva, come il portinaio ha detto, al signor marchese di Saint-Méran, suocero del signor Villefort. Il signor di Saint-Méran abitava a Marsiglia, e per conseguenza questa casa gli era inutile, così si diceva ch’era stata appigionata ad una giovane vedova, che non si conosceva sotto altro nome se non con quello di baronessa. Infatti una sera che guardavo al di sopra del muro, vidi una donna giovane e bella che girava sola per questo giardino, su cui non domina alcuna finestra estranea, guardava spesso dalla parte della piccola porta, e compresi che quella sera aspettava il signor Villefort.

Quando fu abbastanza vicina a me, nonostante l’oscurità, potei distinguerne i lineamenti, e vidi una bella giovane di diciotto diciannove anni, alta e bionda. Siccome era con una semplice giubba, e niente poteva impedirmi dal vederne la corporatura, m’accorsi ch’era incinta, e che la gravidanza era molto inoltrata. Pochi momenti dopo fu aperta la piccola porta; entrò un uomo, la giovane corse più che poté incontro a lui. Era Villefort. Calcolai che, uscendo, particolarmente di notte, doveva traversare da solo il giardino in tutta la sua lunghezza.”

“Avete poi saputo il nome di questa donna?” domandò il conte.

“No, Eccellenza” rispose Bertuccio, “voi vedrete che non ebbi il tempo d’informarmene.”

“Continuate.”

“Forse quella stessa sera avrei potuto uccidere il procuratore del re” riprese Bertuccio, “ma non conoscevo ancora abbastanza il giardino in tutti i suoi particolari. Temevo di non poter fuggire se qualcuno fosse accorso alle grida. Rinviai l’azione al futuro convegno; e perché nulla avesse a sfuggirmi, presi in affitto una piccola camera che guardava il muro del giardino. Tre giorni dopo, alle sette di sera, vidi un domestico uscire dalla casa a cavallo, e prendere al galoppo la strada che porta a Sèvres: supposi che sarebbe andato a Versailles, e non m’ingannai. Tre ore dopo, ritornò l’uomo coperto di polvere. Dieci minuti dopo, un altr’uomo a piedi, avvolto in un mantello, apriva la piccola porta del giardino, e la rinchiudeva dietro a sé. Discesi rapidamente.

Quantunque non avessi veduto il viso di Villefort, lo riconobbi al battito del mio cuore: traversai la strada, raggiunsi un pilastrino posto all’angolo del muro, su cui ero salito per guardare nel giardino la prima volta. Questa volta però non mi contentai di guardare, cavai di tasca il coltello, mi assicurai che la punta fosse ben affilata, e saltai al di sopra del muro. La mia prima cura fu di correre alla porta; egli aveva lasciata la chiave dentro la serratura dalla parte interna, avendo soltanto preso la cautela di darvi un doppio giro. Niente dunque poteva opporsi alla mia fuga da quel lato. Il giardino era di forma bislunga, nel mezzo la terra era coperta da una folta e molle erbetta ad uso dei giardini inglesi; agli angoli di questo prato erano gruppi di alberi, con folti rami, allora frammischiati ai fiori d’autunno. Per andare dalla piccola porta alla casa, tanto entrando, quanto uscendo, Villefort era obbligato a passare davanti a questi gruppi d’alberi.

Era la fine di settembre: il vento soffiava con forza; una luna pallida e languente velata a tratti da grosse nuvole che scorrevano per il cielo, rischiarava la sabbia dei viali che conducevano alla casa, ma non poteva fendere l’oscurità di questi alberi fronzuti, fra i quali un uomo poteva tenersi nascosto senza timore di essere scoperto. Mi nascosi in quello, presso al quale doveva passare Villefort. Mi ero appena nascosto, che, ai soffi del vento che curvava i rami degli alberi mi parve distinguere dei gemiti. Ma voi sapete, o per meglio dire, non sapete, signor conte, che chi aspetta il momento di commettere un assassinio, crede sempre di sentire delle strida sorde nell’aria.

Trascorsero due ore, nelle quali a più riprese credetti di sentire i medesimi gemiti. Suonò mezzanotte. L’ultimo tocco vibrava ancora cupo e sonoro, quando scoprii una debole luce illuminare le finestre della scala segreta per la quale noi poco fa siamo discesi. La porta si aprì, e comparve l’uomo dal mantello. Quest’era il momento terribile; ma da molto tempo mi ero preparato: cavai il coltello, lo aprii, e mi tenni pronto. L’uomo del mantello veniva direttamente verso di me, e mi pareva tenesse in mano un’arma: ebbi timore, non di una lotta, ma di non riuscire.

Quando fu a pochi passi da me, capii che l’arma non era che una vanga. Non avevo ancora potuto immaginare a quale scopo il signor Villefort teneva una vanga in mano, quando egli si fermò accosto al gruppo d’alberi, gettò uno sguardo intorno, e si mise a scavare una fossa nella terra: allora m’accorsi che teneva qualche cosa sotto il mantello, che depose sull’erba per essere più libero nei suoi movimenti. Un po’ di curiosità, lo confesso, si frammischiò al mio odio, volli vedere ciò che era venuto a fare Villefort: rimasi immobile, senza tirare il fiato, ed aspettai.

Quindi mi venne un terribile pensiero, che vidi confermarsi, quando il procuratore del re cavò dal mantello una cassetta lunga sei piedi e larga da sei a otto pollici. Lasciai che deponesse la cassetta nella fossa che poi riempì di terra; su questa terra smossa pestò i piedi per fare scomparire l’opera notturna.

Allora mi slanciai su lui, e gli conficcai il coltello nel petto, dicendogli:

‘Io sono Giovanni Bertuccio! La tua morte per mio fratello, il tuo tesoro per la sua vedova: vedi bene che la mia vendetta è più completa di quel che speravo!’

Non so se capì queste parole, ma credo di no. Cadde senza mandare un gemito: sentii l’onda del suo sangue scorrermi ardente sulle mani e sul viso, ma io ero ebbro, in delirio: questo sangue mi rinfrescava invece di bruciarmi. In un secondo dissotterrai la cassetta colla vanga, poi, perché nessuno si accorgesse che l’avevo portata via, riempii io pure la fossa, gettai la vanga al di là del muro, e corsi fuori dalla porta, che chiusi a doppio giro per di fuori, portando con me la chiave.”

“Bene” disse Montecristo, “quest’era, a quanto vedo, un piccolo assassinio complicato con furto.”

“No, Eccellenza” rispose Bertuccio, “era una vendetta accompagnata da una restituzione.”

“E la somma almeno era forte?”

“Non era danaro.”

“Ah, sì, ricordo” disse Montecristo: “non avete parlato di un bambino?”

“Precisamente, Eccellenza. Corsi fino al fiume, sedetti sulla sponda, e incuriosito dal contenuto della cassetta, ne feci saltare via la serratura col coltello. In un panno di tela batista era avvolto un bambino appena nato: il viso era livido, le mani violette rivelavano che era rimasto vittima di una asfissia causata dalla cordicella che aveva avvolta intorno al collo. Siccome però non era ancora freddo, esitai a gettarlo nell’acqua che scorreva ai miei piedi; infatti dopo un momento mi parve di sentire un leggero battito del cuore. Gli liberai il collo dal cordone, e siccome ero stato infermiere all’ospedale di Bastia, feci tutto ciò che avrebbe potuto fare un medico in simile occasione, gli soffiai coraggiosamente dell’aria nei polmoni. Dopo un quarto d’ora di sforzi inauditi, lo vidi respirare, e intesi un grido sfuggirgli dal petto. Io pure gettai un grido, ma un grido di gioia. ‘Dio dunque non mi maledice’ dissi a me stesso, ‘se permette che ridoni la vita ad una creatura umana in cambio della vita che ho tolto ad un’altra!’”

“E che faceste di quel bimbo?” domandò Montecristo. “Era un bagaglio molto impacciante per uno che doveva fuggire.”

“Per questo non ebbi l’idea di tenerlo… Ma sapevo che a Parigi vi è un ospizio, ove sono accolte queste povere creature. Passando per la barriera, dichiarai di aver trovato quel bimbo sulla strada, e presi le mie informazioni. La cassetta accreditava la mia versione; la biancheria di batista indicava che il bimbo apparteneva a persone ricche. Non mi venne fatta alcuna obiezione, mi fu indicato l’ospizio che era situato alla estremità della rue Enfer, e, dopo aver presa la cautela di tagliare il pannolino in due parti, in maniera che una delle lettere che lo marcava continuasse ad avvolgere il fanciullo, mi riserbai l’altra, deposi il fardello nella ruota, e fuggii a gambe levate.

Quindici giorni dopo ero di ritorno a Rogliano, e dicevo ad Assunta:

‘Consolati, sorella mia, Israele è morto, ma l’ho vendicato!’

Allora mi chiese la spiegazione di queste parole, e io le raccontai tutto l’accaduto.

‘Giovanni’ mi disse Assunta, ‘avresti dovuto portarmi quel bimbo; lo avremmo chiamato Benedetto: e per questa buona azione, Dio ci avrebbe benedetti effettivamente!’

In risposta le consegnai la metà del pannolino che avevo conservata, per poter reclamare il bimbo il giorno che fossimo divenuti più ricchi.”

“E con quali lettere era segnato questo pannolino?” domandò Montecristo.

“Con una L ed una N sormontate dalla corona baronale.”

“Credo, Dio me lo perdoni, che voi facciate uso di termini araldici, Bertuccio! E dove avete fatti questi studi?”

“Al vostro servizio, signor conte, dove s’impara ogni cosa.”

“Continuate, sono curioso di sapere altre due cose.”

“E quali, signore?”

“Ciò che avvenne di questo ragazzo; non mi diceste che era un maschio?”

“No, signore, non ricordo di avervi detto ciò.”

“Ah, credevo… Mi sarò sbagliato.”

“No, non vi siete sbagliato, perché effettivamente era un maschio… Ma Vostra Eccellenza desiderava sapere due cose, qual è la seconda?”

“La seconda è il delitto di cui foste accusato quando chiedeste un confessore, e l’abate Busoni venne a vostra richiesta a ritrovarvi nelle prigioni di Nîmes.”

“Questa storia sarà forse troppo lunga, Eccellenza.”

“Che importa? Sono appena le dieci; sapete che non dormo, e suppongo che non avrete gran voglia di dormire.”

Bertuccio s’inchinò, e riprese la narrazione.

“Io, un po’ per scacciare le tristi rimembranze che mi assillavano, parte per provvedere ai bisogni della povera vedova, mi rimisi al mestiere di contrabbandiere, divenuto più facile per l’affievolimento delle leggi, che succede sempre alle rivoluzioni. Le coste del mezzodì particolarmente erano mal custodite, a causa delle continue sommosse ora in Avignone, ora a Nîmes, ora ad Uzèf. Noi approfittammo di questa specie di tregua che ci veniva accordata dal governo per annodare relazioni su tutto il litorale. Dopo l’assassinio di mio fratello nelle strade di Nîmes, non avevo voluto entrare in quella città. L’albergatore col quale noi facevamo affari, vedendo che non volevamo più andar da lui, era venuto da noi, ed aveva fissata una succursale al suo albergo, sulla strada da Bellegard a Beaucaire, all’insegna del Ponte di Gard.

In tal modo avevamo, sia dalla parte d’Aiguesmortes, sia a Martigues, sia a Bouc, una dozzina di luoghi dove depositavamo le nostre mercanzie, e dove al bisogno trovavamo un rifugio per metterci in salvo dai doganieri e dai gendarmi. È un mestiere che frutta molto quello del contrabbandiere, quando uno ci si applica con una certa intelligenza secondata da buona dose di vigoria. Quanto a me, vivevo nelle montagne, avendo conservato un doppio motivo di temere i gendarmi e i doganieri, poiché qualunque comparsa davanti ad un giudice, poteva produrre un processo, vale a dire una escursione nel passato, e si poteva scoprire qualche cosa di più importante che non sigari di contrabbando, e barili d’acquavite senza lasciapassare.

Così, preferendo mille volte la morte ad un arresto, conducevo a buon fine operazioni straordinarie, e che, più di una volta, mi convinsero che la troppa cura che ci prendiamo del nostro corpo, è quasi sempre il solo ostacolo alla buona riuscita di quei disegni che hanno bisogno di una risoluzione, e di una esecuzione vigorosa e determinata. Infatti, una volta fatto il sacrificio della propria vita, non si è più simili agli altri uomini, e chiunque ha presa questa risoluzione, ha sentito centuplicarsi le forze ed allargarsi l’orizzonte.”

“Anche la filosofia! Bertuccio, voi dunque sapete un poco di tutto nella vostra vita?”

“Oh, perdono, Eccellenza!”

“No, no, è solo perché la filosofia alle dieci e mezzo di sera è ad ora troppo tarda. Fuori di questa non ho altra osservazione da fare, visto che la trovo esatta, ciò che non si può dire di tutte le filosofie.”

“I miei viaggi divennero dunque sempre più estesi, sempre più fruttiferi. Assunta era l’economa; e la nostra fortuna andava ingigantendosi. Un giorno ch’io partivo per un viaggio:

‘Va’’ disse lei. ‘Al tuo ritorno ti preparo una sorpresa.’

L’interrogai inutilmente; non volle dirmi di più, ed io partii. Il viaggio durò quasi sei settimane: eravamo stati a Lucca a caricare dell’olio, ed a Livorno a prendere cotoni inglesi. Il nostro sbarco si effettuò senza contrattempi, tirammo i nostri guadagni, e ritornammo allegri e contenti. Rientrando a casa, la prima cosa che vidi nel luogo più esposto della camera d’Assunta, in una cuna sontuosa, relativamente al resto dell’appartamento, fu un fanciullo di sette-otto mesi. Diedi un grido di gioia. Il solo momento di tristezza che provai dopo l’uccisione del procuratore del re, fu quello in cui abbandonai il bambino. Non ebbi mai rimorsi per l’assassinio in se stesso.

La povera Assunta aveva indovinato tutto: approfittando della mia assenza, munita della metà del pannolino ed avendo scritto, per non dimenticarlo, il giorno e l’ora precisa in cui il bimbo era stato deposto all ospizio, era andata a Parigi a reclamarlo. Non le venne fatta alcuna obiezione, e le fu reso. Ah, vi confesso, signor conte, che vedendo questa creatura dormire nella cuna, il petto mi si gonfiò, e mi scorsero le lacrime.

‘In verità, Assunta, sei un’ottima donna’ le dissi, ‘ed il Signore ti benedirà!’”

“Ciò mostrava che tu avevi fede…” disse Montecristo.

“Ahimè! Eccellenza” rispose Bertuccio. “Iddio però fece strumento della mia punizione questo stesso fanciullo. Mai si rivelò più prematuramente una natura più perversa! E non si può dire che venisse male allevato, poiché mia sorella lo trattava come il figlio di un principe. Era un ragazzo di bellissimo aspetto, con occhi celesti di quella tinta delle terraglie cinesi tanto bene in armonia col bianco latteo del fondo; solamente i capelli di un biondo troppo vivo, davano al suo viso una strana indole, che raddoppiava la vivacità dello sguardo e la malizia del sorriso.

Disgraziatamente un proverbio dice che i rossi sono buoni del tutto o del tutto cattivi: il proverbio non mentiva sul conto di Benedetto, che fin dalla prima infanzia si manifestò del tutto cattivo. È vero però che la dolcezza di sua madre radicò le sue prime inclinazioni. Mia sorella andava continuamente al mercato della città, a cinque leghe di distanza, per comprare i primi frutti e i dolci più delicati per questo ragazzo, che preferiva agli aranci di Palma ed alle conserve di Genova le castagne rubate al vicino traversando le siepi, o le mele secche del granaio, pur avendo a sua disposizione le castagne e le mele del nostro orticello.

Un giorno (Benedetto poteva avere cinque o sei anni) il vicino Basilio, che, secondo l’uso del nostro paese, non riponeva mai né la sua borsa, né i suoi gioielli, perché il signor conte sa meglio di qualunque altro che in Corsica non vi sono ladri, il vicino Basilio si lamentò con noi che gli era sparito un luigi. Si pensò che avesse contato male, ma egli pretendeva di esser sicuro del fatto suo.

In tal giorno Benedetto aveva lasciata la casa di buon mattino, e quando lo vedemmo tornare la sera, si trascinava dietro una scimmia, che diceva di aver trovata colla catena legata ad un albero; da più di un mese il cattivo ragazzo era voglioso di avere una scimmia. Un saltimbanco ch’era passato per Rogliano, e che aveva molti di questi animali che lo avevano divertito coi loro esercizi, gli aveva, senza dubbio, ispirata questa malaugurata fantasia.

‘Nei nostri boschi non si trovano scimmie, e tanto meno incatenate’ gli dissi. ‘Confessami dunque come ti sei procurata questa.’

Benedetto sostenne la menzogna, e l’accompagnò con tali particolari che facevano più onore alla sua immaginazione che alla sua veracità. M’irritai, egli si mise a ridere; lo minacciai, fece due passi indietro.

‘Tu non puoi battermi’ disse. ‘Non ne hai il diritto, perché non sei mio padre.’

Noi ignorammo sempre chi gli aveva rivelato questo fatale segreto, che per parte nostra era stato gelosamente custodito. Questa risposta, per cui il ragazzo si faceva interamente conoscere, quasi mi spaventò, ed il mio braccio alzato ricadde senza percuotere il colpevole. Il ragazzo trionfò, e questa vittoria gli dette un’audacia tale, che da quel giorno tutto il denaro d’Assunta, il cui amore sembrava aumentare man mano che se ne rendeva meno degno, fu speso in capricci che lei non sapeva combattere, ed in follie che non aveva il coraggio d’impedire. Quando io ero a Rogliano, le cose andavano meno male, ma quando partivo, Benedetto diventava il capo di casa, e tutto andava alla peggio.

All’età di dieci o undici anni tutti i suoi compagni erano scelti fra i giovani di diciotto-venti anni e fra i più cattivi soggetti di Bastia e di Corte, e già per qualche scappata, che meritava un nome più serio, la giustizia ci aveva fatti chiamare. Io ne fui spaventato: qualunque interrogatorio poteva avere conseguenze funeste. Ero proprio allora obbligato ad allontanarmi dalla Corsica per una spedizione importante. Vi riflettei lungamente, e col presentimento d’evitare qualche disgrazia, decisi di condurre con me Benedetto. Speravo che la vita attiva e faticosa del contrabbandiere, la disciplina severa di bordo avrebbero corretto questa indole vicina a corrompersi, se già non era spaventosamente corrotta.

Presi dunque Benedetto a parte, e gli feci la proposta di seguirmi, con tutte quelle promesse che possono sedurre un giovane di dodici anni. Egli mi lasciò parlare fino alla fine, e quand’ebbi terminato scoppiò in una risata, dicendo:

‘Siete pazzo, zio mio!’ (egli mi chiamava così quand’era di buon umore). ‘Io cambiare la mia vita con quella che fate voi? Il mio ottimo ed eccellente far niente, colle orribili fatiche che vi siete imposto? Passare la notte al freddo, il giorno al caldo, nascondersi continuamente, ricevere schioppettate, e tutto questo per guadagnare un poco di denaro? Del denaro ne ho quanto voglio, madre Assunta me ne dà quanto ne domando: sarei un imbecille se accettassi la vostra proposta.’

Io rimasi stupefatto da quell’audacia, e da quel ragionamento.

Benedetto ritornò a giocare coi suoi compagni, e lo vidi che mi mostrava ad essi come un idiota.”

“Grazioso fanciullo!” mormorò Montecristo.

“Ah, se fosse stato mio” rispose Bertuccio, “se fosse stato mio figlio, o anche mio nipote, lo avrei ricondotto sul retto sentiero, perché la coscienza dà la forza. Ma l’idea di picchiare un ragazzo, di cui avevo ucciso il padre, mi rendeva impossibile ogni correzione. Detti buoni consigli a mia cognata, che nelle nostre discussioni prendeva sempre la difesa del piccolo disgraziato; e, siccome mi confessò che varie volte le erano mancate somme considerevoli, le indicai un luogo dove nascondere il nostro piccolo tesoro. In quanto a me, la mia risoluzione era presa. Benedetto sapeva perfettamente leggere e fare i conti, perché quando per caso voleva studiare, imparava in un giorno ciò che gli altri in una settimana.

La mia risoluzione, dicevo, era presa: dovevo ingaggiarlo come segretario sopra un bastimento a lungo corso, e, senza avvertirlo di niente, farlo prendere un bel mattino, e trasportare a bordo; in questo modo, raccomandandolo al capitano, tutto il suo avvenire dipendeva da lui. Stabilito questo partii per la Francia. Tutte le nostre operazioni dovevano questa volta eseguirsi nel golfo di Lione, e si rendevano ogni giorno più difficili, perché eravamo nel 1829. La tranquillità era perfettamente ristabilita, e per conseguenza il servizio delle coste più severo che mai. Questa sorveglianza era aumentata momentaneamente per la fiera di Beaucaire che allora si apriva. Gli inizi della spedizione furono eseguiti senza impaccio. Noi ancorammo la barca, che aveva un doppio fondo nel quale nascondevamo le nostre mercanzie di contrabbando, in mezzo ad una quantità di battelli che stavano fitti alle due rive del Rodano da Beaucaire fino ad Alès.

Giunti là, cominciammo notte tempo a scaricare le merci proibite, ed a farle passare in città per mezzo di gente in relazione cogli albergatori nelle case dei quali facevamo i depositi. Sia che la buona riuscita ci rendesse imprudenti, sia che fossimo stati traditi, una sera verso le cinque pomeridiane mentre stavamo per metterci a tavola, accorse tutto affannato il nostro piccolo mozzo, dicendo che aveva veduto una squadra di doganieri dirigersi dalla nostra parte. Non era precisamente la squadra che ci spaventava. Da un momento all’altro, e particolarmente allora si vedevano compagnie intere pattugliare e girare sulle sponde del Rodano. Ma le cautele che, al dire del mozzo, questa squadra prendeva per non essere veduta.

In un attimo eravamo in piedi; ma era già troppo tardi: la nostra barca evidentemente oggetto delle loro ricerche, era circondata. Fra i doganieri distinsi qualche gendarme; e tanto sospettoso di questi, quanto indifferente alla vista di qualunque altro militare, discesi sotto il ponte, e strisciando da un finestrello, mi lasciai calare nel fiume, quindi mi misi a nuotare sott’acqua, non respirando che a lunghi intervalli, tanto bene, che senza esser veduto raggiunsi un canale nuovo che poneva il Rodano in comunicazione col canale da Beaucaire ad Aiguesmortes. Una volta là ero salvo, potevo proseguire senza essere visto in quella direzione. Non era a caso, né senza premeditazione che avevo seguito questa via; ho già parlato a Vostra Eccellenza, di un albergatore di Nîmes, che aveva impiantata una piccola osteria fra Bellegarde e Beaucaire.”

“Sì” disse Montecristo, “me ne ricordo perfettamente, questo degno galantuomo, se non erro, era uno dei vostri associati…”

“Precisamente” rispose Bertuccio, “ma da sette otto anni aveva ceduto il suo albergo ad un sarto di Marsiglia, che dopo essersi rovinato con quel mestiere, aveva voluto tentare la sua fortuna in un altro. Le corrispondenze che avevamo col primo proprietario furono mantenute col secondo; dunque a quest’uomo contavo di chiedere un asilo.”

“E come si chiamava costui?” domandò il conte di Montecristo, che sembrava cominciare a prendere qualche interesse al racconto di Bertuccio.

“Si chiamava Gaspare Caderousse, ed era ammogliato con una donna del villaggio di Carconta, che non conoscevamo per altro nome che quello del suo villaggio; una povera donna colpita dalle febbri maremmane, che moriva di languidezza. In quanto all’uomo era gagliardo e robusto, dai quaranta ai cinquanta anni, e più d’una volta in difficili situazioni aveva dato prova di prontezza d’animo e di coraggio.”

“E dicevate” domandò Montecristo, “che tali cose accadevano verso l’anno?…”

“L’anno 1829, signor conte.”

“In qual mese?”

“Nel mese di giugno.”

“Al principio o alla fine?”

“Precisamente la sera del 3.”

“Ah” fece Montecristo, “il 3 giugno 1829… Va bene, continuate.”

“Era dunque a Caderousse, che contavo di domandare asilo; ma secondo il solito, anche nelle occasioni ordinarie, non entravamo da lui per la porta che dava sulla strada, e decisi di non derogare alle abitudini: scavalcai la siepe del giardino, camminai carponi fra gli ulivi e i fichi salvatici, e pervenni, nel dubbio che Caderousse potesse avere qualche viaggiatore nell’albergo, ad un soppalco nel quale avevo più di una volta passata la notte tanto bene quanto nel miglior letto. Questo soppalco non era diviso dalla sala comune del pianterreno dell’albergo che da un tramezzo di assi, nel quale si erano praticate delle fenditure a bella posta, perché di là potessimo spiare prima di palesarci.

Volevo capire se Caderousse era solo, dargli un segno del mio arrivo, e terminare con lui il pasto interrotto dall’apparizione dei doganieri; indi profittare del temporale in arrivo per raggiungere le rive del Rodano, rendermi conto di ciò che era accaduto alla barca ed a quelli che v’erano dentro. Calai dunque nel soppalco, e fu fortuna, perché quasi nello stesso istante Caderousse entrava in casa con uno sconosciuto. Mi tenni cheto, ed aspettai, non coll’intenzione di scoprire i segreti dell’albergatore, ma perché non potevo fare altrimenti; e d’altra parte la stessa cosa era già accaduta altre volte.

L’uomo che accompagnava Caderousse era evidentemente forestiero al mezzogiorno della Francia, uno di quei mercanti che vengono a vendere i loro gioielli alla fiera di Beaucaire, e che in un mese fanno affari per cinquanta ed anche centomila franchi. Caderousse entrò vivacemente, e per il primo; quindi vedendo la sala vuota, secondo il solito, e soltanto guardata dal cane, chiamò la moglie.

‘Ehi! Carconta!’ disse. ‘Quel degno uomo del prete, non ci ha ingannati, il diamante è buono.’

Si sentì un’esclamazione di gioia, e quasi subito la scala scricchiolò sotto un passo appesantito dalla debolezza e dalla malattia.

‘Che dici?’ domandò la donna più pallida di un morto.

‘Dico che il diamante è buono, ed ecco qui il signore, che è uno dei primi gioiellieri di Parigi, disposto a darci cinquantamila franchi, solo che gli proviamo che è veramente nostro. Vuole che gli racconti, come gli ho già raccontato io, in qual modo miracoloso il diamante è caduto nelle nostre mani. Frattanto, signore, sedetevi, se vi piace, e siccome la stagione è calda, vado a cercare di che rinfrescarvi.’

Il gioielliere esaminò con visibile attenzione l’interno dell’albergo, e la miseria manifesta di coloro che stavano per vendergli un diamante che sembrava uscito dallo scrigno di un re.

‘Raccontate, signora’ diss’egli, volendo senza dubbio profittare dell’assenza del marito, perché non vi fosse alcun segno d’intesa di costui, e controllare se i due racconti corrispondevano bene uno coll’altro.

‘Eh, mio Dio’ disse la donna con volubilità, ‘è una benedizione del cielo che non ci aspettavamo. Immaginate, caro signore, che mio marito era in amicizia, fin dal 1814 1815, con un marinaio chiamato Edmondo Dantès. Questo povero giovane non aveva dimenticato Caderousse, che lo aveva obliato del tutto, e gli ha lasciato morendo il diamante che avete veduto.’

‘Ma in qual modo n’era divenuto possessore?’ domandò il gioielliere. ‘Lo aveva dunque prima d’entrare in prigione?’

‘No, signore, ma in prigione fece conoscenza, a quanto pare, di un inglese ricchissimo; e quando il suo compagno di cella si ammalò, Dantès lo trattò come un fratello, così l’inglese uscendo dal carcere lasciò al povero Dantès, che meno fortunato di lui era morto in prigione, questo diamante, ch’egli a sua volta ci ha lasciato in legato morendo, e che il degno abate ci ha rimesso questa mattina.’

‘È lo stesso racconto’ mormorò il gioielliere, ‘e, in fin dei conti, la storia può essere vera, per quanto paia inverosimile. Non c’è dunque che il prezzo sul quale non siamo ancora d’accordo.’

‘Come, non siamo d’accordo?’ disse Caderousse. ‘Credevo che avreste consentito al prezzo richiesto.’

‘Cioè’ rispose il gioielliere, ‘al prezzo di quarantamila franchi che vi ho offerti.’

‘Quarantamila franchi!’ gridò la Carconta. ‘Non lo venderemo certamente. L’abate ci ha detto che ne vale cinquantamila, senza calcolare la legatura.’

‘E come si chiama quest’abate?’ domandò l’instancabile interlocutore.

‘L’abate Busoni’ rispose la donna.

‘È dunque uno straniero?’

‘Credo sia un italiano delle vicinanze di Mantova.’

‘Mostratemi questo diamante’ riprese il gioielliere, ‘che lo riveda una seconda volta; spesso si giudicano male le pietre a prima vista.’

Caderousse cavò di tasca un piccolo astuccio di marocchino nero, l’aprì e lo passò al gioielliere.

Alla vista di questo diamante grosso quanto una piccola nocciola, me lo ricordo come lo vedessi ancora, gli occhi della Carconta sfavillarono di cupidigia.”

“E che pensavate di tutto ciò, signor ascoltatore alle porte?” domandò Montecristo. “Prestavate fede a quella favola?”

“Sì, Eccellenza; non ritenevo Caderousse un uomo cattivo, e lo credevo incapace di aver commesso un delitto, od anche un furto.”

“Questo fa più onore al vostro cuore che alla vostra esperienza, Bertuccio. Avevate conosciuto questo Edmondo Dantès di cui si parlava?”

“No, Eccellenza, fino allora non ne avevo mai sentito parlare, e dopo nemmeno, tranne una sola volta dallo stesso abate Busoni, quando lo vidi nelle prigioni di Nîmes.”

“Bene, continuate.”

“Il gioielliere prese l’anello dalle mani di Caderousse, cavò di tasca un paio di piccole pinzette d’acciaio, e un bilancino di rame; poi allontanando le punte d’oro che ritenevano la pietra nell’anello fece uscire il diamante dal suo alveolo, e lo pesò scrupolosamente sul bilancino.

‘Giungerò fino a quarantacinquemila franchi’ disse, ‘ma non darò un soldo di più. Siccome questo è il vero prezzo dell’anello, non ho preso con me che questa somma.’

‘Oh, per questo, tornerò con voi a Beaucaire per prendere gli altri cinquemila franchi.’

‘No’ disse il gioielliere restituendo a Caderousse l’anello e il diamante, ‘questo non vale di più; e sono anzi dolente di avervi offerta questa somma, dato che la pietra ha un difetto che non avevo visto prima; ma non importa: io non ho che una parola, ho detto quarantacinquemila franchi e non mi ritiro.’

‘Almeno rimettete il diamante nell’anello’ disse con asprezza la Carconta.

Egli ritornò ad incassare la pietra.

‘Bene bene, bene’ disse Caderousse, rimettendosi in tasca l’astuccio, ‘si venderà ad un altro.’

‘Sì’ rispose il gioielliere, ‘ma un altro non sarà così compiacente come me; un altro non si contenterà delle informazioni che mi avete date. Non è cosa naturale che un uomo come voi possegga un anello di cinquantamila franchi, informerò i magistrati, e bisognerà ritrovare l’abate Busoni; e gli abati che regalano diamanti da duemila luigi, sono rari. La giustizia comincerà col mettervi le mani addosso, sarete messo in prigione, e se riconosciuto innocente verrete messo in libertà dopo tre o quattro mesi di prigionia; l’anello o si sarà perduto in spese di giudizio, o vi sarà restituito con una pietra falsa che costerà tre franchi invece di cinquantamila, e voglio anche ammettere cinquantacinquemila… Ma voi converrete con me, mio brav’uomo, si corrono sempre certi rischi a comprare.’

Caderousse e sua moglie s’interrogarono con uno sguardo.

‘No’ disse Caderousse, ‘non siamo abbastanza ricchi per perdere cinquemila franchi.’

‘Come volete, mio caro amico… Io però avevo portato, come vedete, bella moneta.’

E con una mano cavò di tasca un pugno d’oro che fece risplendere davanti agli occhi abbagliati degli albergatori, e con l’altra un pacchetto di biglietti di banca.

L’animo di Caderousse era agitato visibilmente da una interna lotta era evidente che quel piccolo astuccio di marocchino, che girava e rigirava nelle sue mani, non gli sembrava corrispondere, come valore alla somma enorme che gli affascinava gli occhi.

Egli si volse a sua moglie.

‘Che dici tu?’ le domandò a bassa voce.

‘Daglielo, daglielo’ disse. ‘Se ritorna a Beaucaire senza il diamante, ci denunzierà, e come ha detto, chi sa se potremo più ritrovare l’abate Busoni!’

‘Ebbene, sia così’ disse Caderousse: ‘prendete il diamante per quarantacinquemila franchi, ma mia moglie vuole una catena d’oro, ed un paio di orecchini d’argento.’

Il gioielliere cavò di tasca una scatola lunga e piatta che conteneva molti campioni degli oggetti domandati:

‘Prendete’ disse. ‘Io sono generoso negli affari. Scegliete…’

La donna scelse una collana d’oro che poteva costare cinque luigi, ed il marito un paio di orecchini del valore di quindici franchi.

‘Spero che non vi lamenterete?’ disse il gioielliere.

‘L’abate aveva detto che costava cinquantamila franchi’ mormorò Caderousse.

‘Andiamo, andiamo, date qua… Che uomo terribile!’ disse il gioielliere togliendogli di mano il diamante. ‘Io vi sborso quarantacinquemila franchi: duemilacinquecento franchi di rendita, vale a dire una fortuna come vorrei averla io, e non siete contento.’

‘Ed i quarantacinquemila franchi’ domandò Caderousse con voce rauca, ‘vediamo, dove sono?’

‘Eccoli’ disse il gioielliere. E contò sulla tavola quindicimila franchi in oro, e trentamila in biglietti di banca.

‘Aspettate che accenda una lucerna’ disse Carconta. ‘Non ci si vede più, e si potrebbe sbagliare.’

Infatti durante questa discussione era sopraggiunta la notte, e colla notte l’uragano che minacciava da più di una mezz’ora. Si sentiva di lontano rumoreggiare sordamente il tuono; ma né il gioielliere, né Carconta, né Caderousse sembravano occuparsene, tanto tutti e tre erano presi dal demonio del guadagno.

Io stesso provai una strana affascinazione alla vista di quell’oro, e di quel biglietti. Mi sembrava di fare un sogno, e come succede nei sogni, mi sentivo inchiodato al mio posto. Caderousse contò e ricontò l’oro e i biglietti; quindi li passò alla moglie, che li contò e ricontò anche lei. Intanto il gioielliere faceva specchiare il lume sul diamante, che faceva luccicare lampi da far dimenticare quelli ch’erano precursori dell’uragano, e che già cominciavano ad infiammare le finestre.

‘Ebbene siete soddisfatti?’ domandò il gioielliere.

‘Sì’ disse Caderousse. ‘Dammi il portafogli, e trovami un sacchetto, Carconta.’

Carconta aprì un armadio, e ritornò portando un vecchio portafogli di cuoio, dal quale furono tolte alcune lettere sudice, e vi furono messi i biglietti, ed un sacchetto nel quale erano racchiusi due o tre scudi da sei lire, che probabilmente formavano tutta la fortuna della miserabile famiglia.

‘Eh’ disse Caderousse, ‘quantunque mi abbiate alleggerito forse di un diecimila franchi volete cenare con noi? Ve l’offro di buon cuore.’

‘Grazie’ disse il gioielliere, ‘deve essersi fatto tardi, e bisogna che ritorni a Beaucaire, perché mia moglie sarebbe in pena.’ E cavò l’orologio. ‘Per Bacco!’ gridò. ‘Sono quasi le nove. Non sarò a Beaucaire prima della mezzanotte. Addio amici miei… Se per caso ritornassero degli abati Busoni, pensate a me.’

‘Fra dieci giorni non sarete più a Beaucaire’ disse Caderousse, ‘poiché la fiera finisce la settimana ventura.’

‘Questo non importa; scrivetemi a Parigi, signor Giovanni, Palazzo Reale, Galleria delle Pietre, numero 45. Farò il viaggio espressamente, se ne vale la pena.’

Uno scroscio di fulmine rintronò, accompagnato da un lampo così vivo, che tolse quasi il chiarore della lucerna.

‘Oh, oh’ disse Caderousse, ‘e volete partire con questo tempo?’

‘Oh, non ho paura del tuono’ disse il gioielliere.

‘E dei ladri?’ domandò Carconta. ‘La strada non è mai molto sicura in tempo di fiera.’

‘Oh, quanto ai ladri, ecco ciò che tengo per loro…’ E cavò di tasca un paio di piccole pistole cariche fino alla bocca.

‘Ecco’ disse, ‘dei cani che abbaiano e mordono nello stesso tempo: queste sono per i primi due che avessero brama del vostro diamante, compare Caderousse.’

Caderousse e sua moglie si scambiarono una cupa occhiata: sembrava che entrambi avessero avuto contemporaneamente qualche terribile pensiero.

‘Allora, buon viaggio’ disse Caderousse.

‘Grazie’ rispose il gioielliere.

E preso il bastone che aveva posato contro un vecchio baule, uscì. Nell’atto che aprì lo porta entrò un colpo di vento, che per poco non spense la lucerna.

‘Oh’ disse, ‘va a farsi un bel tempo… Ed io ho due leghe da camminare con questo tempo!’

‘Restate’ disse Caderousse. ‘Dormirete qui.’

‘Sì, restate’ disse Carconta con voce mal ferma. ‘Avremo per voi tutte le cure.’

‘No, bisogna ch’io vada a dormire a Beaucaire. Addio.’

Caderousse andò lentamente fino al limitare della porta.

‘Non si distingue né cielo né terra’ disse il gioielliere già fuori di casa. ‘Debbo prendere a destra o a sinistra?’

‘A destra’ disse Caderousse. ‘Non v’è da sbagliare, la strada è fiancheggiata d’alberi da ambe le parti.’

‘Va bene, ci sono’ disse la voce, quasi estinta, da lontano.

‘Chiudi dunque la porta’ disse Carconta. ‘Non mi piacciono le porte aperte quando tuona.’

‘E quando c’è del danaro in casa, non è vero?’ disse Caderousse dando un doppio giro alla serratura.

Egli rientrò, andò all’armadio, ne cavò il sacchetto ed il portafogli, ed entrambi si misero a contare per la terza volta l’oro ed i biglietti. Io non ho mai veduto una espressione simile a quella di quei due visi, di cui una debole lampada rischiarava la cupidigia. La donna particolarmente era schifosa: il tremito febbrile che abitualmente l’animava, s’era raddoppiato. Il suo viso da pallido era divenuto livido; gli occhi incavati fiammeggiavano.

‘Perché dunque’ domandò, ‘gli hai offerto di dormire qui?’

‘Ma’ rispose Caderousse con un tremito, ‘perché… perché non avesse la pena di ritornare a Beaucaire.’

‘Ah’ disse la donna con un’espressione impossibile a dirsi. ‘Credevo fosse per un altro fine.’

‘Donna, donna!’ gridò Caderousse. ‘Perché hai simili idee? e perché, avendole, non le serbi tutte per te?’

‘È lo stesso’ disse Carconta dopo un momento di silenzio. ‘Tu non sei un uomo.’

‘Come sarebbe a dire?’ disse Caderousse.

‘Se tu fossi stato un uomo, non sarebbe uscito di qui.’

‘Donna!’

‘Oppure non arriverebbe a Beaucaire.’

‘Donna!’

‘La strada fa un gomito, è obbligato a seguire la strada, mentre lungo il canale s’accorcia.’

‘Donna! tu offendi il buon Dio… Tieni, ascolta…’

Infatti s’intese uno spaventoso tuono, nello stesso tempo un lampo rossastro infiammò tutta la scala, mentre il fulmine, decrescendo lentamente, sembrava allontanarsi di mala voglia dalla casa maledetta.

‘Gesù!’ disse Carconta segnandosi.

Nello stesso tempo, ed in mezzo a quel silenzio di terrore che ordinariamente succede allo scroscio di un fulmine, s’intese battere alla porta.

Caderousse e sua moglie fremettero, e si guardarono spaventati.

‘Chi va là?’ gridò Caderousse alzandosi, e riunendo in un sol monte l’oro e i biglietti ch’erano sparsi per la tavola, e che coprì con le mani.

‘Sono io’ disse una voce.

‘E chi siete?’

‘Eh, per Bacco! Giovanni il gioielliere!’

‘Ebbene, che dici ora?’ riprese Carconta con un terribile sorriso. ‘Offendevo il cielo? Ecco che il cielo pietoso ce lo rimanda!’

Caderousse ricadde pallido ed anelante sulla sedia. Carconta, al contrario si alzò, e andò con passo fermo ad aprire la porta.

‘Entrate dunque, caro signor Giovanni.’

‘In fede mia’ disse il gioielliere bagnato dalla pioggia, ‘pare che il diavolo non voglia che io ritorni a Beaucaire questa sera. Le più corte pazzie sono le migliori, mio caro Caderousse: mi avete offerto ospitalità, l’accetto, e vengo a dormire da voi.’

Caderousse balbettò qualche parola, asciugandosi il sudore che gli grondava dalla fronte. Carconta rinchiuse la porta a doppio giro di chiave, appena fu entrato il gioielliere.”
* * *