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Capitolo 42. La casa di Auteuil

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Montecristo aveva osservato, nel discendere la scalinata, che Bertuccio si era segnato al modo dei corsi, vale a dire fendendo l’aria in croce col pollice, e che prendendo posto nella carrozza aveva mormorata una breve preghiera.

Ogni altro uomo avrebbe avuto pietà della ripugnanza che il degno intendente aveva manifestata per questa passeggiata fuori le mura, ideata dal conte. Ma a ciò che sembrava, questi era troppo curioso per dispensare Bertuccio da quel piccolo viaggio.

In venti minuti furono ad Auteuil.

L’emozione dell’intendente era sempre crescente.

Nell’entrare nel borgo, Bertuccio raggruppato in un angolo della carrozza, cominciò a guardare con un’emozione febbrile tutte le case davanti alle quali passavano.

“Farete fermare a rue Fontaine, 28” disse il conte, fissando senza pietà lo sguardo sull’intendente al quale dava quest’ordine.

Il sudore grondò dal viso di Bertuccio, che tuttavia obbedì, e sporgendo fuori della carrozza, gridò al cocchiere:

“Rue Fontaine, 28.”

Questo numero 28 era situato all’estremità opposta del sobborgo.

Durante il viaggio era sopraggiunta la notte, o piuttosto una nube nera carica di elettricità dava a quelle tenebre premature l’apparenza e la solennità di un episodio drammatico. La carrozza si fermò, lo staffiere si precipitò allo sportello che aprì.

“Ebbene” disse il conte, “non scendete Bertuccio? Rimarrete in carrozza? Ma a che diavolo pensate questa sera?”

Bertuccio si precipitò dalla portiera e presentò la spalla al conte, che questa volta vi si appoggiò, e discese ad uno ad uno i tre gradini del montatoio.

“Picchiate” disse il conte, “ed annunciatemi.”

Bertuccio bussò, la porta si aprì e comparve il portinaio.

“Chi è?” domandò.

“È il nuovo padrone, brav’uomo” disse lo staffiere e mostrò al portinaio il biglietto di riconoscimento dato dal notaio.

“La casa è dunque venduta?” domandò il portinaio. “Ed è questo signore che viene ad abitarla?”

“Sì, amico mio” disse il conte, “farò in modo che non abbiate a rimpiangere l’antico padrone.”

“Ah, signore, non ne ho nostalgia, perché lo vedevamo tanto raramente… Sono più di cinque anni che non è venuto, ed in fede mia, ha fatto molto bene a vendere una casa che non gli fruttava niente.”

“Come si chiamava il vostro antico padrone?”

“Il marchese di Saint-Méran. Ah, non ha certamente venduto la casa per quel che gli costava, ne sono ben sicuro.”

“Il marchese di Saint-Méran!” riprese Montecristo. “Mi sembra che questo nome non mi sia ignoto.”

Indi ripeté: “Il marchese di Saint-Méran”. E parve cercare nella sua memoria.

“Un vecchio gentiluomo” continuò il portinaio, “era servitore fedele dei Borboni, aveva una figlia unica che maritò al signor Villefort, procuratore del Re a Nîmes, e poi a Versailles.”

Montecristo vibrò uno sguardo su Bertuccio, che aveva il viso più livido del muro contro il quale si appoggiava per non cadere.

“E questa figlia non morì?” domandò Montecristo. “Mi sembra di averlo sentito dire.”

“Sì, signore, è già ventun anni; e da allora non abbiamo più veduto che tre volte il povero marchese.”

“Grazie, grazie” disse Montecristo, giudicando dalla prostrazione dell’intendente di non potere più lungamente toccare quella corda, senza correre rischio di romperla, “grazie… Datemi un lume, brav’uomo.”

“Vi accompagnerò io, signore.”

“No, è inutile. Bertuccio mi farà lume.”

E Montecristo accompagnò queste parole col dono di due monete d’oro, che causarono una esplosione di benedizioni e sospiri.

“Ah, signore” disse il portinaio, dopo aver cercato inutilmente sulla pietra del caminetto e sui mobili vicini, “la disgrazia è che qui non ho candelieri.”

“Prendete un fanale della carrozza, Bertuccio, e fatemi vedere gli appartamenti.”

L’intendente obbedì, senza osservazioni, ma era facile scorgere, dal tremito della mano che portava il fanale, ciò che gli costava obbedire.

Fu percorso un piano terreno molto vasto; un primo piano composto di un salone, di una stanza da bagno, e due camere da letto; e giunsero ad una scala a chiocciola che metteva in giardino.

“Osservate! Ecco una scala segreta” disse il conte. “Questa ci fa molto comodo. Fatemi lume, Bertuccio, andate avanti, e vediamo dove ci condurrà.”

“Signore” disse Bertuccio, “porta al giardino.”

“E come lo sapete?”

“Cioè, volevo dire che deve portarvi…”

“Ebbene, assicuriamocene.”

Bertuccio mandò un sospiro, e andò avanti.

La scala metteva effettivamente in giardino. Alla porta esterna l’intendente si fermò.

“Andiamo dunque, Bertuccio…” disse il conte.

Ma Bertuccio era assordito, istupidito, annientato. Gli occhi stravolti cercavano intorno a lui le tracce di un passato terribile, e colle mani irrigidite cercava di allontanare degli spaventosi ricordi.

“Ebbene?” insistette il conte.

“No, no…” gridò Bertuccio, deponendo il fanale in un angolo del muro interno, “no, signore, non andrò più avanti, è impossibile!”

“Sarebbe a dire?” articolò la voce imperiosa di Montecristo.

“Vedete bene, signore, che questo non è naturale” gridò l’intendente, “che avendo una casa da comprare a Parigi, voi la compriate precisamente ad Auteuil, e che comprandola ad Auteuil, questa casa sia precisamente il numero 28 di rue Fontaine. Ah, perché mai non vi ho detto tutto laggiù, signore? Voi certamente non mi avreste ordinato di seguirvi. Io speravo che la casa del signor conte fosse tutt’altra che questa. Possibile non ci sia altra casa in Auteuil che quella dell’assassinio!”

“Oh, oh!” disse Montecristo fermandosi. “Che orribile parola avete pronunciata? Diavolo d’uomo! Corso arrabbiato! Sempre superstizioni? Vediamo, prendete questo fanale e visitiamo il giardino; con me, spero che non avrete paura.”

Bertuccio raccolse il fanale, ed obbedì.

La porta aprendosi, lasciò vedere un cielo cupo, nel quale la luna si sforzava invano di lottare contro un mare di nubi che la coprivano coi loro vapori oscuri; illuminava per un momento, e in seguito si perdeva più cupa ancora, nel profondo dell’infinito.

L’intendente voleva piegare sulla sinistra.

“No, signore… Perché andate sotto i viali?” disse Montecristo. “Ecco qui un bel praticello, andiamo diritto.”

Bertuccio si asciugò il sudore che gli irrigava la fronte, ma obbedì; ciò nonostante continuava a tenere sulla sinistra. Montecristo al contrario piegava a dritta; giunto presso un gruppo di alberi si fermò.

L’intendente non poté contenersi.

“Allontanatevi, signore, allontanatevi!” gridò. “Voi siete precisamente sul luogo!”

“E quale luogo?”

“Sul luogo dove cadde.”

“Mio caro Bertuccio, ritornate in voi stesso, ve ne esorto, non siamo qui né a Sartena, né a Corte. Questa non è una macchia, ma un giardino inglese, mal custodito, ne convengo, ma che non pertanto bisogna calunniare.”

“Signore, non rimanete là, ve ne supplico!”

“Io credo che siate un po’ matto, compare Bertuccio!” disse freddamente il conte. “Se è così, ditemelo, che vi farò rinchiudere in qualche casa di salute, prima che succeda una disgrazia.”

“Ahimè, Eccellenza” disse Bertuccio, scuotendo la testa, e piegando le mani in un’attitudine che avrebbe fatto ridere il conte, se ben altri pensieri non lo avessero preoccupato in quel momento, e reso molto attento alle più piccole manifestazioni di quella coscienza timorosa. “Ahimè, la disgrazia è accaduta!”

“Bertuccio” disse il conte, “devo dirvi che gesticolate, contorcete le braccia e stralunate gli occhi come un ossesso, dal cui corpo il diavolo non voglia uscire. Ora ho sempre notato che il diavolo più ostinato ad uscire è un qualsiasi segreto. Vi sapevo corso, vi stimavo taciturno, ruminando sempre qualche storia di vendetta, e vi perdonavo questo in Italia, sebbene anche in Italia questa specie di cose non siano trascurabili; ma in Francia si giudica l’assassinio una pessima cosa; vi sono gendarmi che se ne occupano, giudici che lo condannano, patiboli che lo vendicano.”

Bertuccio congiunse le mani, e, siccome non lasciava il fanale, la luce venne a rischiarargli il viso sconvolto.

Montecristo per un momento lo esaminò, come a Roma aveva osservato il supplizio di Andrea. Quindi con un tono di voce che fece scorrere un brivido per il corpo del povero intendente:

“L’abate Busoni mi ha dunque ingannato” disse, “quando, dopo il suo viaggio in Francia nel 1829, v’inviò a me, munito di una lettera di raccomandazione, nella quale mi lodava le vostre preziose qualità. Ebbene, scriverò all’abate, gli chiederò del suo protetto, ed allora saprò senza dubbio che cosa è tutto questo affare di assassinio. Vi prevengo soltanto, Bertuccio che quando io vivo in un paese, ho l’abitudine d’uniformarmi alle sue leggi, e che non ho alcuna volontà d’intrigarmi per voi colla giustizia in Francia.”

“Non fate questo, Eccellenza… Vi ho servito fedelmente, non è vero?” gridò Bertuccio disperato. “Sono stato un galantuomo, e per quanto ho potuto, ho fatto delle buone azioni.”

“Non dico di no” rispose il conte, “ma perché diavolo siete ora agitato in tal modo? Questo è un cattivo segno… Una coscienza pura non porta tanto pallore sulle guance, tanta febbre nelle mani di un uomo.”

“Ma, signor conte” interruppe Bertuccio, “non mi avete detto voi stesso che l’abate Busoni, che fu quello che raccolse la mia confessione nelle carceri di Nîmes, vi aveva avvertito, inviandomi a voi, che io avevo un rimorso nella coscienza?”

“Sì, ma siccome vi raccomandava dicendomi che avrei ritrovato in voi un eccellente intendente, credetti che voi aveste rubato, ecco tutto.”

“Oh, signor conte!” fece Bertuccio con dolore.

“Ovvero che, essendo voi corso, non avevate potuto resistere al desiderio di far la pelle a qualcuno, come vien detto nel vostro paese…”

“Ebbene, sì, mio signore, sì, mio buon signore, è questo” gridò Bertuccio, gettandosi alle ginocchia del conte, “sì, fu una vendetta, lo giuro, una semplice vendetta!”

“Capisco, ma ciò che non capisco è come questa casa vi ecciti in tal modo.”

“Eppure la cosa è naturale, poiché fu appunto in questa casa che si compì la vendetta.”

“Che, in casa mia?”

“Oh, signore, non era ancora vostra…” obiettò ingenuamente Bertuccio.

“Ma di chi era dunque?”

“Del signor marchese di Saint-Méran, ci ha detto, credo, il portinaio.”

“Che diavolo dunque avevate da vendicarvi del marchese di Saint-Méran?”

“Ah, non fu di lui, signore, fu di un altro.”

“Ecco una strana combinazione” disse Montecristo, sembrando cedere alle sue riflessioni, “voi vi trovate in tal modo per caso, senza alcun preparativo, in una casa dove è accaduta una scena che vi dà tanti terribili rimorsi.”

“Signore” disse l’intendente, “pare che sia una specie di fatalità a muovere tutto questo, ne sono ben sicuro… Per prima cosa comprate una casa in Auteuil, e questa casa è precisamente quella dove ho commesso l’assassinio; poi scendete nel giardino, e giusto per la scala per cui egli discese, e vi fermate proprio nel luogo ov’egli ricevette il colpo, e a due passi da quest’albero era la fossa dove egli aveva seppellito il bambino: tutto ciò non può essere opera del caso.”

“Ebbene, vediamo, signor corso, io suppongo sempre tutto… D’altra parte bisogna saper fare delle concessioni agli spiriti ammalati. Vediamo: richiamate il vostro buonsenso e raccontatemi tutto.”

“Io non l’ho raccontato che una sola volta, signore, all’abate Busoni. Simili cose” disse Bertuccio scuotendo la testa, “non si raccontano che sotto il suggello della confessione.”

“Allora, mio caro Bertuccio, riterrete giusto che vi rimandi al vostro confessore; vi farete con lui certosino o bernardino, e ragionerete sui vostri segreti. Ma io ho paura di un ospite spaventato da simili fantasmi; non amo che le mie genti non abbiano il coraggio di passare di notte per il giardino. Poi ve lo confesso, mi piacerebbe poco qualche visita del commissario di polizia; poiché, intendete bene, Bertuccio, si dice che in qualche luogo la polizia venga pagata perché taccia, ma in Francia al contrario si paga quando parla. Perdinci, vi credevo corso, contrabbandiere, e bravo intendente, ma ora m’avvedo che avete ancora altre corde al vostro arco. Voi perciò non siete più al mio servizio, Bertuccio.”

“Ah, signore, signore!” gridò l’intendente colpito dal terrore di questa minaccia. “Se non dipende che da questo perché io rimanga al vostro servizio, parlerò, dirò tutto; e se vi lascio, sarà soltanto per andare al patibolo!”

“Adesso andiamo meglio” disse Montecristo, “ma se voleste mentire riflettete bene, non parlate affatto.”

“No, signore, ve lo giuro sulla salute dell’anima mia, vi dirò tutto… Lo stesso abate Busoni non ha saputo che una parte del segreto. Ma prima ve ne supplico, allontanatevi da questo platano… Osservate, la luna va a rischiarare quella nube, e là, in quella posizione, avvolto in quel mantello che mi nasconde la vostra corporatura, e che somiglia a quella del signor Villefort…”

“Come?” gridò Montecristo. “Fu Villefort…?”

“Vostra Eccellenza lo conosce?”

“Sì.”

“Quello che sposò la figlia del marchese di Saint-Méran.”

“Sì, e che negli uffici godeva la reputazione del più onesto uomo, del più severo e del più rigido magistrato?”

“Ebbene signore” gridò Bertuccio, “quest’uomo d’irreprensibile reputazione…”

“Ebbene?”

“Era un infame!”

“Evvia” disse Montecristo, “è impossibile!”

“Eppure è come vi dico.”

“Veramente?” disse Montecristo. “E ne avete le prove?”

“Le avevo, almeno.”

“E le avete perdute, malaccorto?”

“Sì, ma cercando bene si possono ritrovare.”

“Davvero?” disse il conte. “Raccontatemi ciò, Bertuccio, perché la cosa incomincia ad interessarmi davvero.”

E il conte, canterellando una piccola aria della Lucia, andò a sedersi in una panca, mentre Bertuccio lo seguiva concentrando la sua memoria, restando in piedi davanti a lui.
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